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Uno scatto dall'allestimento della mostra

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Uno scatto dall'allestimento della mostra

Al forte Belvedere avviene un dramma in quattro atti

All’interno della rassegna ospitata al Forte Belvedere arrivano anche gli interventi di Per Barclay e Friedrich Andreoni, che riflettono sulle contraddizioni della contemporaneità americana e sulle ideologie spezzate che guidano i nostri tempi

Che cosa resta dell’eroe dopo il Novecento? Al Forte Belvedere Sergio Risaliti risponde accostando due corpus di opere molto diversi. Da un lato le grandi sculture nere di Paolo Canevari, riunite in «God Year» (24 giugno-16 ottobre); dall’altro cinque bronzi di Marino Marini, protagonisti di «No Heroes» (16 luglio-16 ottobre). Insieme inaugurano «Drama: Four Acts», il progetto espositivo che proseguirà successivamente con gli interventi di Per Barclay e Friedrich Andreoni. I carri armati costruiti con la gomma degli pneumatici, la bandiera americana che ricopre un feretro di bidoni e gomme, la parola «Dio» ricavata da uno pneumatico tagliato. Canevari usa simboli comuni e immediatamente riconoscibili per criticare ideologie, credenze religiose, narrazioni politiche e il mito del progresso. Il petrolio è il filo conduttore, a esso sono legate ricchezza, supremazia geopolitica, ma anche guerre e crisi finanziarie. Landscape mette insieme bandiera americana, bidoni e pneumatici al petrolio e al predominio degli Stati Uniti. God Year è un gioco sul marchio Goodyear, un cortocircuito tra sacro e profano, pace e produzione di morte, progresso e povertà. Marino Marini (1901-80) entra nello stesso percorso con il nucleo più riconoscibile della sua ricerca, il cavallo e il cavaliere, sviluppato per oltre quarant’anni e trasformato dagli eventi del Novecento. Nelle sculture degli anni Trenta cavallo e il cavaliere mantengono ancora, osserva Risaliti, un equilibrio monumentale e una misura classica, ma dopo la guerra il cavallo si impenna fino a disarcionare il cavaliere. La stessa figura cambia significato, attraversa lo sterminio e le apocalissi nucleari fino a trasformarsi in una critica della società industriale e tecnologica. «Gli uomini hanno scoperto qualcosa che è più grande di loro, qualcosa che non riescono più a dominare», scriveva l’artista; per questo «i cavalieri e il cavallo, nelle mie ultime opere, sono diventati strani fossili, simboli di un mondo scomparso, o piuttosto di un mondo che io credo sia destinato a scomparire per sempre».

Figaro di Bartolomeo, 02 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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