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Marina Wallace
Leggi i suoi articoliLa seconda edizione del Festival dell’arte, ARTis aprirà il 9 novembre con un omaggio a uno dei più influenti e innovativi pittori del mondo contemporaneo, David Hockney, deceduto l’11 giugno scorso nella sua casa a Londra all’età di 88 anni. Martin Gayford, rinomato storico e critico dell’arte britannico tornerà a Vicenza per parlarci di questo straordinario artista inglese e lo farà fornendoci un ritratto originale e avvincente di Hockney. Dalle loro numerose conversazioni sono nati diversi libri di notevole successo. Tuttavia Gayford non si limiterà a parlare di Hockney ma esplorerà numerosi aspetti originali della storia dell’arte e della creatività.
In Inghilterra i più grandi storici dell’arte del XX secolo venivano dalla Germania e dall’Austria. Le loro osservazioni avevano una base filosofica ed erano centrate maggiormente su cosa significava un’opera d’arte piuttosto che su come veniva fatta. Il connoisseur, il conoscitore d’arte, mostrava la propria abilità valutando, autenticando e attribuendo un’opera d’arte basandosi sull’osservazione e sulla descrizione dello stile e dei dettagli.
Diversamente, nel definire il proprio ruolo di storico, Martin Gayford mi ha confidato di essersi soprattutto occupato delle modalità di produzione dell’arte, cioè di come fanno gli artisti a fare quello che fanno. Anche ad Hockney interessava capire come dipingevano gli artisti del passato e per oltre venticinque anni Gayford e Hockney ne hanno parlato. Nei loro incontri, nelle conversazioni, nei tanti scambi che hanno avuto nel corso degli anni, i due hanno messo a confronto le pitture rupestri, i dipinti classici e le nuove tecnologie come l’iPad dimostrando che un artista non smette mai di sperimentare, neanche in età avanzata. Le loro conversazioni erano fatte di incontri, lettere e telefonate, documentate in libri quali «A Bigger Message», o «A History of Pictures», e mostrano che l’arte è un dialogo vivo tra la pratica creativa del pittore e lo sguardo analitico del critico. Hockney offriva l’intuizione spontanea del creatore e Gayford il contesto storico e culturale. Per tutti e due il «guardare» è la cosa più importante, il primo atto creativo fondamentale.
David Hockney è stato forse il pittore più celebre al mondo, sicuramente uno dei più celebrati, e la sua opera esuberante e vitale è sempre stata molto amata da tutti. Eppure pochi sanno che non è stato solo un artista: ha anche concepito una propria personale riflessione teorica sull’arte, incisiva e originale. La curiosità lo ha sempre caratterizzato come pensatore e come artista. Si è sempre interrogato sulla natura della creazione delle immagini e sul rapporto tra i pittori e la fotografia forse come nessun altro artista contemporaneo ha mai fatto. Al suo seguito uno stuolo di assistenti gli fornivano le informazioni che cercava. E lui le elaborava, le soppesava e, nonostante la sua grande fama, non smetteva mai di indagare sul mistero della rappresentazione bidimensionale di un mondo tridimensionale. Faceva continuamente domande, mandava messaggi, telefonava ad amici artisti e storici dell’arte, diceva di non essere mai sicuro di come fosse il mondo e lo chiedeva a chi sembrava saperne più di lui. Affascinato dal mistero della più grande illusione ottica, quella di far stare le tre dimensioni in due, Hockney sosteneva che per farlo bisognava prendere molte decisioni radicali. È necessario stilizzare il soggetto, interpretarlo, bisogna accettare la superficie piatta, non far finta che non ci sia. In una delle tante conversazioni tenute con Gayford e riportate in «A Bigger Message», Hockney gli confidò: «Ho sempre creduto che siano le immagini a farci vedere il mondo. Senza di esse non sono sicuro di quel che la gente vedrebbe. Molti sono convinti di sapere com’è il mondo perché lo vedono in televisione. Ma se vi preme capire com’è davvero il mondo, dovete interessarvi ai diversi modi in cui vengono create le immagini».
Intercalando riflessioni sull’arte, aneddoti, passione e humour, il pittore e lo storico hanno rivelato ciascuno i frutti delle proprie meditazioni sui problemi e i paradossi che nascono quando si rappresenta il mondo tridimensionale su una superficie piana. In un certo senso Hockney all’inizio della sua carriera era un outsider in arte quando, durante la sua gioventù, dominava l’astrattismo. La sua ricerca attraverso l’arte figurativa è stata spesso in qualche modo controcorrente. Tuttavia, insieme, Hockney e Gayford non hanno mai smesso di interrogarsi e di chiedersi: in che modo il disegno permette di «vedere le cose in modo più chiaro, sempre più chiaro, ancora più chiaro»? Qual è l’impatto dei diversi strumenti – dalle pareti delle grotte di Lascaux all’iPad – sulla nostra capacità di vedere il mondo? Quale rapporto intercorre tra le immagini che creiamo e la realtà intorno a noi? In quale misura i cambiamenti della tecnologia influiscono sul modo in cui il mondo viene rappresentato? Come possiamo godere pienamente del semplice bisogno di guardare degli alberi, dei volti o un tramonto?
Installation view «David Hockney: A Year in Normandie and Some Other Thoughts about Painting», Serpentine North, 2026. Credits George Darrell, © David Hockney.
Gayford ricorda che le conversazioni con Hockney sono sempre state arricchite da riflessioni acute e spiritose su molti altri sommi artisti che lui stesso ammirava – Fra Angelico, Piero della Francesca, Caravaggio, Vermeer, Van Gogh, Monet, e Picasso (che David non ha mai incontrato e di cui ammirava soprattutto l’abilità di realizzare differenti modalità di produzione artistica, in stili diversi, in materiali di vario genere, in contesti vari) – e dalle vivaci descrizioni del paesaggio fisico e sociale della California, dove Hockney ha trascorso molti anni, e dello Yorkshire, dove è nato e dove faceva spesso ritorno. Nei suoi dialoghi, parlando con gli amici e gli altri artisti, Hockney ricordava spesso anche i personaggi celebri che aveva incontrato nel corso della sua vita – da Cartier-Bresson a Billy Wilder.
Anch’io ho avuto il privilegio di conoscere David Hockney e di trascorrere del tempo con lui sulle orme di Brunelleschi a Firenze, e vedendolo al lavoro, nel suo studio a Kensington. Il giorno in cui mi ritrasse insieme allo storico dell’arte Martin Kemp - con cui David pubblicò il libro «Secret Knowledge» - io ebbi l’opportunità di osservarlo all’opera, mentre lui scrutava me. Il suo modo di guardare era profondo, continuo, fluido e senza sosta, di una intensità che si trasferiva dagli occhi alla mano in maniera impercettibile. Guardava il soggetto senza quasi staccare lo sguardo o la mano dal foglio di carta, e componeva i colori ad acquerello con velocità e sapienza. Il trasferimento dall’occhio alla mano e poi alla carta avveniva attraverso l’esecuzione di segni certi ed economici col respiro corto ed il corpo curvo fino alla definizione delle linee principali. Poi una pausa per prendere atto dell’insieme. Con la stessa attenzione e concentrazione, David faceva tutto quello che riguardava la sua produzione artistica. Anche nell’osservare gli altri intorno a sé il suo sguardo operava una veloce scansione dei lineamenti.
Una delle ultime grandi retrospettive di David Hockney è stata ospitata dalla Fondation Louis Vuitton a Parigi nel 2025, David Hockney 25 dedicata agli ultimi 70 anni di carriera e in particolare agli ultimi 25 anni di produzione. A Londra la Serpentine Gallery ha presentato la mostra «David Hockney: A Year in Normandie and Some Other Thoughts about Painting» da marzo ad agosto 2026. Altre retrospettive storiche si sono tenute alla Royal Academy of Arts e alla Whitechapel Art Gallery, oltre all’esperienza immersiva alla Lightroom a Londra.
Negli Stati Uniti ci sono state grandi retrospettive a Los Angeles e New York già a partire dal 1988. Si sono tenute mostre in molti altri paesi europei, come anche a Tokyo, in Corea, in Australia. Hockney avrebbe dovuto rappresentare la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia nel 1974, ma la manifestazione fu riorganizzata e dedicata al Cile come forma di protesta culturale internazionale.
Ora che Hockney non c’è più è legittimo chiedersi cosa stiano organizzando i Trustees della David Hockney Foundation che gestisce la transizione e la valorizzazione del suo immenso patrimonio artistico. Si dice che, dopo la scomparsa dell’artista, il suo addetto stampa abbia confermato che la maggior parte delle sue opere conservate privatamente sarà donata a fondazioni e istituzioni pubbliche per preservarne l’eredità. Ma in realtà, sostiene Martin Gayford, nessuno veramente ancora sa cosa succederà dello straordinario patrimonio di David Hockney.
Marina Wallace
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