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Graffiti con la Stella di Davide tracciati da coloni israeliani sulla porta ovest della città romana di Sebastia

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Graffiti con la Stella di Davide tracciati da coloni israeliani sulla porta ovest della città romana di Sebastia

150 siti colpiti, la sfida del patrimonio palestinese fra distruzione ed evacuazioni forzate

Se per Gaza non esiste ancora una valutazione certa dei danni, in Cisgiordania la situazione è più chiara. Carla Benelli dell’associazione Pro Terra Sancta parla chiaro: occorre salvare il salvabile, documentare, formare e preservare la memoria, anche grazie alla protezione dello Scudo Blu

Laura Sudiro

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Da quasi trent’anni Carla Benelli vive in Palestina. Storica dell’arte e responsabile dei progetti di conservazione dell’associazione Pro Terra Sancta, ha condiviso un lungo percorso con l’architetto palestinese Osama Hamdan. Ha inoltre collaborato con Fabio Maniscalco, pioniere della tutela dei beni culturali nelle aree di crisi, e con padre Michele Piccirillo, figura centrale per l’archeologia cristiana in Medio Oriente. Oggi, mentre questa terra vive una condizione di estrema vulnerabilità, Benelli racconta la propria esperienza e l’eredità di chi ha fatto della tutela della memoria del popolo palestinese una missione civile.


 

Il patrimonio culturale palestinese è da tempo al centro di tensioni e contese. Che cosa è cambiato dopo il 7 ottobre 2023? 
La situazione si è ulteriormente aggravata. Da un lato, le restrizioni ai movimenti in Cisgiordania rendono sempre più difficile il lavoro di tutela dell’Autorità Palestinese. Dall’altro, la componente del governo israeliano più vicina ai coloni sta accelerando il processo di annessione del territorio anche attraverso il patrimonio culturale. È in discussione una proposta di legge per istituire un’autorità civile israeliana incaricata della gestione del patrimonio della Cisgiordania, sottraendola all’attuale amministrazione militare. Il piano, che oggi riguarda l’Area C (circa il 60% del territorio), punta a estendersi anche alle Aree A e B, cioè alle zone che secondo gli Accordi di Oslo ricadono sotto l’amministrazione palestinese. 

Com’è la situazione a Gaza e quali sono oggi i siti più a rischio?
Per Gaza non esiste ancora una valutazione dei danni: l’Unesco ha censito circa 150 siti colpiti, ma manca un rilevamento sistematico. In Cisgiordania, invece, la situazione è più chiara e desta grande preoccupazione. Un caso emblematico è Hebron, dove si trova la Tomba dei Patriarchi, luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani, legato alla figura di Abramo, comune alle tre tradizioni religiose. Le modifiche in corso da parte israeliana al complesso, che comprende moschea e sinagoga, incidono su un equilibrio già estremamente fragile. A Sebastia invece la principale criticità riguarda il controllo della zona archeologica in Area C, sotto l’amministrazione israeliana. Di recente Israele ha avviato un progetto di valorizzazione dell’area dopo averla confiscata insieme agli uliveti, una risorsa economica importante per gli abitanti. Il rischio è che il sito venga separato dalla comunità che per secoli ha vissuto insieme alle sue rovine: Sebastia è un villaggio di circa 3mila persone, non un’area archeologica isolata

Nonostante le difficoltà, Pro Terra Sancta porta avanti il proprio lavoro. Quali progetti siete riusciti a mantenere attivi e quali interventi ritiene oggi prioritari?
La priorità per noi resta la formazione dei tecnici locali. Sia Osama Hamdan sia padre Piccirillo erano convinti che il patrimonio dovesse essere tutelato in primis da chi vive sul territorio. In questo senso il nostro partner, il «Mosaic Centre», svolge un ruolo fondamentale coinvolgendo oggi circa 25 restauratori. Un progetto a cui tengo particolarmente è il corso di laurea in Conservazione e Manutenzione del Patrimonio culturale, avviato nel 2024 insieme alla Al-Quds University e all’Università di Palermo, dedicato ai futuri professionisti della tutela: un esempio unico in Medio Oriente.

Con Osama Hamdan ha condiviso una delle esperienze più significative per la protezione del patrimonio in aree di guerra: il progetto «Uno Scudo Blu per la Palestina», concepito da Fabio Maniscalco
Maniscalco (1965-2008, Ndr) ci ha aperto gli occhi sul ruolo del diritto internazionale nella tutela del patrimonio nei conflitti: distruggere i beni culturali significa colpire la memoria e il futuro di un popolo. Nel 2005, a Hebron e Nablus, esponemmo lo Scudo Blu sugli edifici storici a rischio. Quell’esperienza ci mostrò quanto fosse difficile parlare di tutela mentre le persone vivevano violenze e lutti. Come spiegare l’importanza di salvaguardare le pietre a chi piangeva i propri cari? Fu allora che capimmo la centralità del rapporto tra patrimonio e comunità: oggi si parla di «patrimonio di comunità», ma nei primi anni Duemila era un tema d’avanguardia.

Quando sarà possibile avviare una nuova fase, da dove bisognerà ripartire?
È difficile pensare al futuro e ammetto di essere molto preoccupata. Certo è che la ricostruzione non potrà avvenire senza il coinvolgimento delle comunità locali. Non si dovrà solo intervenire su edifici e monumenti; sarà necessario ricucire anche legami sociali lacerati. Oggi la priorità è salvare il salvabile: documentare, formare, preservare la memoria. Un punto d’incontro, prima o poi, dovrà essere trovato, ma temo che i tempi siano ancora lunghi e che si dovranno attraversare altre tragedie.

La popolazione di Sebastia si siede sui gradini dell’antico teatro romano

Il Muro di Separazione tra il Monte degli Olivi e Betania

Laura Sudiro, 12 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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