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Una veduta di piazza Ferdowsi, Teheran

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Una veduta di piazza Ferdowsi, Teheran

20 giugno 1981: l’inizio della fine della Rivoluzione in Iran

La Repubblica islamica ha mostrato il suo vero volto due volte. La seconda, oggi, la porterà alla sua fine. Parola a Mohammad Salemy, artista, critico e curatore indipendente

Mohammad Salemy

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Mentre l’insurrezione del gennaio 2026 travolgeva l’Iran e omicidi di Stato causavano oltre 20mila morti, perlopiù giovani, sono tornato a un resoconto in prima persona del 20 giugno 1981: l’ultima manifestazione di massa contro la Repubblica islamica prima che il regime consolidasse il proprio potere attraverso lo sterminio sistematico di un’intera generazione di attivisti. Il testo aveva circolato per decenni tra la sinistra iraniana, ma non aveva mai raggiunto un pubblico più ampio a causa del suo peso ideologico. Ma oggi ho adottato un artificio: ho chiesto a un sistema avanzato di Intelligenza Artificiale di tradurlo, di tracciare il profilo politico dell’autore e poi di sostituire le sue posizioni con quelle di una poetessa immaginaria, priva di un impegno politico, un’oppositrice con amici di sinistra ma non direttamente coinvolta nei loro obiettivi. L’IA ha svolto questa operazione senza alterare il resoconto in prima persona. Ciò che ne è emerso è questo: l’ideologia dell’autore limitava i destinatari della sua testimonianza, ma la sua onestà permetteva alla verità di emergere. La Repubblica islamica ha mostrato il suo vero volto due volte. La prima violenza, allora, ha consolidato il regime. La seconda, oggi, la porterà alla sua fine.
Berlino, gennaio 2026

Il 20 giugno 1981 segnò l’inizio della fine della Rivoluzione iraniana. Il movimento che nel 1979 aveva rovesciato la monarchia dei Pahlavi, un movimento che nessuno controllava e che tutti rivendicavano, venne definitivamente schiacciato quel giorno. Ciò che lo scià non era riuscito a compiere, lo avrebbe fatto un religioso.

Le potenze occidentali avevano fatto i loro calcoli alla Conferenza di Guadalupa. Con le forze sovietiche già in Afghanistan, non avrebbero rischiato di perdere l’Iran in una lotta prolungata che i comunisti avrebbero potuto vincere. Khomeini, a Parigi, aveva segnalato la sua disponibilità a cooperare. Era lui la soluzione. Quell’estate l’atmosfera a Teheran si stava facendo sempre più soffocante. Bande armate di Hezbollah attaccavano qualsiasi assembramento. Il 19 giugno venimmo a sapere che il principale gruppo di opposizione, il Mek (Mojahedin del Popolo iraniano), un’organizzazione armata marxista-islamista, aveva annunciato una manifestazione. Alcuni amici si recarono in un luogo, io in un altro. Non per partecipare: volevamo assistere alla Storia. Nel primo luogo, le Guardie avevano bloccato il lato nord. Le persone aspettavano che accadesse qualcosa che sembrava impossibile. Poi, puntuale, un gruppo di miliziani dell’opposizione entrò dall’ingresso sud. Erano circa 50. Perlopiù giovani donne. Lo notai. C’era «qualcosa» in tutto questo. Quelle ragazze che avanzavano verso quell’incrocio, sapendo che cosa le attendeva. C’era qualcosa di militante che non aveva nulla a che fare con l’ideologia, qualcosa di più antico, o forse di più nuovo, non saprei dirlo. Il loro movimento fu così improvviso che le Guardie si ritirarono e iniziarono a sparare in aria. In meno di cinque minuti l’incrocio era nostro. Poi cominciarono a sparare ad altezza d’uomo. La folla, disarmata, rispondeva con le pietre. Ci ritirammo verso piazza Ferdowsi. Poi all’improvviso li vedemmo: mezzo milione di persone che coprivano l’intero cavalcavia. Era incredibile. La gente si abbracciava e piangeva. Io guardavo. È un’immagine che resta. Gli organizzatori avevano annunciato luoghi falsi per attirare lì le Guardie e le bande di Hezbollah, mentre la manifestazione principale partiva altrove. La tattica aveva funzionato. Il sacrificio di quelle cinquanta giovani donne l’aveva resa possibile.

Ma a piazza Ferdowsi c’era un presidio di sicurezza. Aprirono il fuoco. La fontana si riempì di sangue e di corpi, i manifestanti cadevano nell’acqua colpiti dai proiettili. In meno di dieci minuti la piazza era colma di salme. La folla di mezzo milione di persone si disperse nei vicoli. La maggior parte dei negozi e delle abitazioni accolse i manifestanti, offrendo loro rifugio.

Ciò che continuavo a pensare era questo: se porti mezzo milione di persone in strada, devi essere preparato. Non conduci persone disarmate davanti a una mitragliatrice sperando che vada tutto bene. Non aspetti che l’esercito venga a salvarti. Ma era esattamente ciò che stavano facendo gli organizzatori. Aspettavano un appoggio dell’esercito che Bani-Sadr, il primo e ultimo presidente eletto, aveva promesso (o millantato). Non stavano organizzando una rivoluzione. Stavano organizzando una campagna di pressione, sperando che il potere venisse loro consegnato dall’alto. Quando l’esercito non si mosse, non c’era alcun piano. Solo persone in strada e una mitragliatrice. Il giorno seguente, il Governo giustiziò due miei amici, un poeta e un organizzatore politico, entrambi in carcere da mesi. La loro esecuzione fu il segnale che la repressione finale era iniziata. Il giornale pubblicò le fotografie di ragazze giustiziate senza indicarne i nomi, chiedendo ai genitori di identificare i corpi. Nessun nome. Solo volti. Ecco che cosa significa efficienza. Ma se porti mezzo milione di persone in strada, le proteggi. Non conduci persone disarmate sotto il fuoco mentre aspetti una telefonata che non arriverà mai. Questa non è ideologia. È responsabilità.

Scrivo queste righe osservando i riformisti che credono di poter cambiare ciò che non può essere cambiato. Dovrebbero capire che il loro percorso, se condurrà da qualche parte, dovrà portare alla fine di questo ordine. Il 20 giugno 1981 è stata l’ultima volta in cui le cose avrebbero potuto andare diversamente. Ma non c’era nessuno che potesse guidare verso qualcosa che non fosse il fuoco delle armi. Ciò che resta è la memoria di chi quel giorno combatté e morì con coraggio.

Mohammad Salemy, 02 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

20 giugno 1981: l’inizio della fine della Rivoluzione in Iran | Mohammad Salemy

20 giugno 1981: l’inizio della fine della Rivoluzione in Iran | Mohammad Salemy