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Wolfgang Laib: il polline è oro, il miele è incenso

In alcuni monumenti fiorentini l'artista tedesco, attraverso la spiritualità, celebra i riti dell’inizio della vita e dell’eternità

Wolfgang Laib al lavoro. Foto: Leonardo Morfini

Firenze. Un incontro denso di significato tra Wolfgang Laib (Metzingen, 1950) e alcuni monumenti fiorentini, simboli dell’Umanesimo, nella mostra «Without time, without place, without body» a cura di Sergio Risaliti (un progetto prodotto dal Museo Novecento, da lui diretto), offre un inedito rispecchiamento tra espressioni di spiritualità di secoli diversi.

In un momento di diffusa e inquieta attenzione per le sorti del nostro pianeta, la ricerca che l’artista tedesco persegue da vari decenni nelle sue opere minimali, create con materiali cui conferisce valore simbolico (polline, cera d’api, latte, riso, miele) appare infatti un modo per compiere una «ridefinizione dell’Umanesimo in una prospettiva non esclusivamente antropocentrica», per citare Risaliti, unendo spiritualità orientale e occidentale e riconoscendo nell’arte la manifestazione visibile dell’invisibile.

Proprio su questa soglia tra visibile e invisibile si muove Laib, che nei mesi precedenti la mostra, aperta sino al 26 gennaio, si è aggirato per Firenze, prendendo appunti. Così il quadrato del polline sul pavimento, ma anche quello setacciato e raggrumato fino a formare una piccola montagna sull’altare in due celle del Convento di San Marco, affrescate da Beato Angelico (quella del «Noli me tangere» e dell’«Adorazione dei Magi») sembra quasi esser «caduto» o «spazzato» dal vento fuori dai prati dipinti dall’Angelico.

Lasciando il «minimalismo» ascetico di San Marco per lo scrigno della Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi affrescata da Benozzo Gozzoli per Cosimo, troviamo un altro piccolo cumulo di polline di nocciola sull’altare dov’è la pala di Filippo Lippi a «rappresentare potenzialmente, come spiega Laib, l’origine del mondo vegetale, l’avvio alla vita». E la sua intensità cromatica pare condensare in sé lo splendore della cappella, luogo di preghiera ma anche espressione della magnificenza medicea.

Lasciando le architetture michelozziane per la Cappella Rucellai di Leon Battista Alberti (Museo Marino Marini), Laib si confronta con il sacello del Santo Sepolcro (esemplato su quello di Gerusalemme) e qui pone, sull’altare marmoreo, un’opera inedita composta da tre torri in cera d’api («Towers of Silence»), con simbolico rimando sia alla transizione tra mondo terreno e mondo dello spirito, sia alle proprietà lenitive e protettive della cera, in analogia col sarcofago che ospita e ripara le spoglie di Giovanni di Paolo Rucellai.

Il motivo dell’ascensione e della trascendenza si ripropone, in modo invece decisamente più monumentale, nella Cappella dei Pazzi in Santa Croce, dove Laib ha collocato «Without Beginning and Without End» (1999) in legno e cera d’api, lavoro che, con altre ziggurat, fa parte delle meditazioni dell’artista sulla semplicità e la linearità di architetture religiose orientali, rivisitando archetipi quali appunto la piramide e la scala.

Un omaggio (ma forse anche una sfida?) all’eloquenza della purezza astratta e mistica dello spazio brunelleschiano, decorata solo dai medaglioni in terracotta invetriata di Luca e di Andrea della Robbia, dove il tono delle aureole degli evangelisti è affine a quello della cera dell’opera di Laib. E il forte profumo che emana dalla piramide stordisce il visitatore, sostituendosi all’incenso dei riti ecclesiastici.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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