Walter Veltroni: «L'Italia merita un grande ministero»

Il valore della cultura per l’Italia, specie nel tempo cupo dell’infinita pandemia

Walter Veltroni |

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia». Queste parole del Vangelo di Matteo, 7:24, possono essere applicate al valore della cultura per l’Italia, specie nel tempo cupo dell’infinita pandemia.

«La pioggia è caduta, i venti hanno soffiato…» eppure il bisogno di storia, di storie, di punti di vista, di fiabe, di emozioni, di racconti, di segni è cresciuto a dismisura. Che cosa sarebbe stata la vita dei segregati per salvaguardia senza il conforto di quel tipo speciale di relazione che è il rapporto con il bello, con la ricerca del bello, con l’aspirazione al bello?

È infatti la cultura la «roccia» su cui l’Italia è edificata e il Paese dovrebbe essere «l’uomo avveduto» che non smette di costruire la «cultura della cultura», cioè la coscienza che salvaguardare un paesaggio ritratto da Simone Martini o strappare alla rovina le pellicole di Antonio Pietrangeli, tutelare come un gioiello le civiltà sepolte nell’acqua della Baia di Bacoli o proteggere un sito di archeologia industriale significa davvero investire sul proprio futuro, nulla di meno. Ogni Nazione ha un’identità specifica, fondata sulla sua storia e sulle sue condizioni ambientali. L’Italia è il posto della storia e della creatività. Ma sembra non accorgersene.

Sono stato ministro del settore per poco tempo. Quello della riapertura di Venaria e della Galleria Borghese, di Palazzo Altemps e di Palazzo Massimo e delle leggi per l’autonomia di Pompei e del finanziamento, attraverso le lotterie, del grande piano che riportò in vita gran parte del patrimonio archeologico e artistico del Paese che era stato abbandonato. Ricordo la fatica per unificare nel Ministero tutte le competenze della Cultura, prima sparpagliate in mille rivoli, spesso clientelari.

Come in Francia nei momenti migliori l’Italia merita un grande Ministero della Cultura, centrale nella definizione delle politiche di sviluppo del Paese. Esiste un filo rosso che lega Michelangelo e Fellini, Verdi ed Eduardo, che unisce lungo il corso dei secoli il talento inscritto nel nostro Dna di italiani. Come la coscienza della storia, segno di modernità, che spinse generazioni di amministratori, anche nell’Italia del Settecento o dell’Ottocento, a tramandare ai posteri, salvaguardandoli, i segni dell’antichità e del cammino umano che sul nostro territorio sono elemento costante e diffuso.

Oggi, con i teatri e i cinema obbligatoriamente chiusi, con la sofferenza delle attività museali ed espositive ma, al contempo, con il crescente bisogno di cultura come finestra e opportunità di relazione umana, spetta alla mano pubblica progettare il rilancio della cultura come roccia e come leva della ricostruzione dopo il terremoto della pandemia. Se L’Italia non investirà risorse e competenze per restituire a se stessa una componente essenziale non solo della sua bellezza ma della sua ricchezza, allora davvero il Paese si perderà. Anche la roccia si può sbriciolare, usurata da tempo e disinteresse. Il posto della cultura, in Italia, è sempre «al centro del villaggio».

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