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Volpato in Crypta Balbi e a Palazzo Massimo

Illustrata a Roma, nelle due sedi, la fiorente produzione di un imprenditore dell’antico

Il «Galata morente» di Giovanni Volpato del 1786-1800 ca, proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma. © Archivio fotografico Pinacoteca Capitolina

Roma. Era il 2015 quando indagini di archeologia preventiva per la realizzazione di un garage sotterraneo in via Urbana a Roma svelavano del tutto casualmente la bottega di Giovanni Trevisan, più noto come Volpato, grande incisore e ceramista della fine del Settecento.

Il palazzo, occupato dal Teatro Manzoni, poi cinema e, dagli anni Sessanta, tipografia del quotidiano «Il Messaggero», era stato comprato per farne appartamenti di lusso. «Quando iniziarono a comparire ceramiche bianche, chiaramente dei biscuit, fermai l’attività di scavo più energico e, subito sotto gli strati di superficie, trovammo il deposito della bottega di Volpato (ma questo lo scoprimmo dopo), pieno di scarti di lavorazione», ricorda Mirella Serlorenzi, ideatrice e curatrice con Marcello Barbanera e Antonio Pinelli della mostra «L’industria dell’antico. La “fabbrica” ritrovata di Giovanni Volpato (1735-1803)» (catalogo Electa) nelle sedi di Palazzo Massimo e Crypta Balbi dal 13 dicembre al 7 aprile.

La straordinarietà del ritrovamento sta nel recupero di oggetti che si conoscevano solo da documenti e cataloghi di vendita distribuiti a partire dal 1796 in tutta Europa. Le sue ceramiche di rado erano marchiate, quindi quanto trovato ha permesso una serie di nuove attribuzioni. La produzione nota era fondamentalmente di statuine in biscuit di capolavori classici (tra gli altri, le Muse, il Galata morente dei Capitolini, l’Ares Ludovisi e l’Apollo del Belvedere, tutti in mostra), molto poco di quella successiva in ceramica, tra cui alcuni celebri servizi da tavola. Volpato fu un grande imprenditore dell’antico, divenuto famoso soprattutto con la vendita della serie delle Nove Muse al re di Svezia Gustavo III.

La mostra, sfruttando le specificità delle due sedi, sviluppa alla Crypta Balbi la parte della scoperta e dei processi produttivi, a Palazzo Massimo la parte della serialità (di fatto Volpato iniziò ciò che possiamo definire la fabbrica del souvenir) e del richiamo all’antico, cioè di come la classicità fu utilizzata e riproposta in un arco di tempo che dall’età greco-romana arriva fino ad oggi.

Alla Crypta sono documentate importanti novità sui processi di lavorazione della bottega, perché non si sono trovati solo frammenti e accessori quali, ad esempio, spine distanziatrici e caselle in materiale refrattario per la cottura, ma anche veri e propri esperimenti che la ricerca storico artistica ignorava. Il masterpiece sarà il centrotavola in biscuit dedicato al «Trionfo di Bacco e Arianna», un servizio completo da dessert composto da 115 pezzi concesso dal Museo di Bassano del Grappa, affiancato da porcellane di manifatture tra cui Ginori e Wedgwood, oggetti in micromosaico della collezione Savelli e altro.

A Palazzo Massimo è proposto il confronto tra originali e copie, tra antico e moderno, come nel caso dei discoboli: ai due capolavori del museo, il Lancellotti e quello di Castel Porziano, che rimarranno nella loro sala, si affiancano il discobolo degli Uffizi ricostruito come Niobide, quello dei Capitolini come guerriero, il calco in gesso bronzato del Museo dei Gessi della Sapienza, una piccola versione in bronzo da Monaco e quella fotografica di Mapplethorpe.

E ancora una sala dedicata a Canova, con bei pezzi da Possagno e un confronto con Francesco Vezzoli, e altri prestiti importanti tra cui la Testa di Porticello da Reggio Calabria, il Cratere di Talos da Ruvo, le riproduzioni in lastre di terracotta di età romana del Rilievo di Eleusi dai depositi delle Terme di Diocleziano.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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