Voce e respiro dell’Arabia Saudita

Muhannad Shono racconta la sua ibrida creatura approdata a Venezia

Muhannad Shono
Giusi Diana |

Visitando i padiglioni nazionali all’Arsenale, una delle esposizioni più suggestive, in cui temi ambientali e immaginario onirico sono perfettamente in equilibrio è quella di Muhannad Shono (1977, Riyadh), artista multidisciplinare tra i più interessanti del suo Paese, l’Arabia Saudita, che rappresenta quest’anno alla Biennale nel Padiglione curato da Reem Fadda (con l’assistenza di Rotana Shaker).

L’artista vanta una diffusa presenza internazionale, nel 2019-20 era nel giardino della Gam di Torino con un’installazione site specific realizzata per il progetto speciale di Artissima «Hub Middle East». La grande Sala d’Armi dell’Arsenale, ritmata dalla sequenza regolare di pilastri in ferro, è interamente occupata da una sua installazione, che si snoda nello spazio con una grande massa scura e piumata: una sorta di creatura mitologica, metà animale e metà vegetale, che ci viene incontro cogliendoci di sorpresa.

Questa monumentale installazione ambientale organica e pneumatica si intitola «The teaching Tree», è un’opera site-specific lunga più di 40 metri la cui enorme sagoma nera, vibra di tanto in tanto con un leggero fruscio, una sorta di respiro animale che ricorda lo stormire del vento. L’artista si è ispirato alla figura misteriosa ed enigmatica di Al Khidr, personaggio letterario del Corano (Sūra XVIII ai versetti 58-61) chiamato «l’uomo verde», poiché dovunque si sedesse cresceva un giardino lussureggiante. È dunque un simbolo di rinascita e guarigione.

Che cosa rappresenta l’opera per lei?
È l’incarnazione di un’immagine viva creata dalla nostra immaginazione, è un mostro che ha origine da una singola linea più nera dell’inchiostro. Il mio lavoro incarna lo spirito incontenibile dell’espressione creativa; il potere dell’immaginazione che cresce a dispetto di ogni limite del possibile.

L’essere umano fa parte della natura eppure si percepiamo separato da essa. Che cosa ne pensa?
È importante rimanere connessi con la natura, perché essa ha molto da insegnarci con la sua resilienza, ad esempio la foresta ogni volta che viene distrutta o bruciata si ricrea e cresce più forte. Abbiamo molto da imparare dalla natura. Spesso ci rifugiamo nella nostra immaginazione e diamo origine a mitologie con personaggi sempre nuovi, a nuove storie e a nuovi mondi: la nostra mente ha un potere creativo, ecco perché è pericoloso limitarla e controllarla.

Come ha scelto i materiali organici che compongono l’installazione?
Le foglie di palma sono un materiale tradizionalmente molto usato nel mio Paese dove questi alberi crescono. Mi piaceva l’idea di decostruirli e reimmaginarli per renderli irriconoscibili, per uscire dagli stereotipi. Quando vai nella foresta e tocchi le foglie degli alberi la natura ti appare differente, capiamo che siamo oltre il concetto umano di foresta.

© Riproduzione riservata «The teaching Tree» di Muhannad Shono
Altri articoli di Giusi Diana