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Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Foto: Wikipedia

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Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Foto: Wikipedia

Vittorio Sgarbi per Palazzo dei Diamanti

L'appello dello storico dell'arte ferrarese per non consentire l'ampliamento architettonico dell'edificio

Vittorio Sgarbi

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Ferrara. L’appello per non consentire l’ampliamento architettonico di Palazzo dei Diamanti è un grido di dolore contro la mortificazione dei principi umanistici che regolano i nostri rapporti con la storia e indicano nei monumenti testimonianze definite e intoccabili, come quelle della letteratura, della pittura, della scultura. Qualcuno penserebbe di poter aggiungere due figure alla «Flagellazione» di Piero della Francesca? O al «Giudizio universale» di Michelangelo? O di portare a compimento la «Pietà Rondanini»? Per l’architettura non solo si può pensarlo, ma addirittura indire un concorso internazionale per realizzarlo. Una convocazione al crimine nella città del Museo della Shoah. È meraviglioso: chi distrugge chiama distruttore chi difende.

La politica serve la città, e la città è Ferrara, che ha un meraviglioso Palazzo, simbolo della civiltà del Rinascimento che, qui, si è manifestato con molti altri palazzi, come il Prosperi Sacrati, in abbandono, distante pochi metri da quello che si intende manomettere. Palazzo dei Diamanti è ordinato e pulito e, così com’è, è stato usato per decenni per mostre mirabili sotto la direzione illuminata di Franco Farina, che ha dato al mondo quello che il mondo si aspettava, al punto di far riconoscere la città patrimonio mondiale dell’Unesco.

L’attuale direttore, incaricato dal sindaco, funzionario non dirigente, non vincitore di concorso (la procedura concorsuale in atto l’ha vista non ammessa agli orali, dietro la più capace Ethel Guidi), conferma candidamente che il «progetto architettonico» (definizione singolare per l’arbitrario ampliamento di un edificio compiuto di Biagio Rossetti) è una «addizione che migliorerà la fruizione»! La tenera direttrice non sa che un edificio storico, prima di essere «fruito», deve essere conservato. Questa è la priorità, e un imperativo soprattutto per i «conservatori» (non politicamente, ma professionalmente). L’intervento soffoca il rapporto dell’edificio con lo spazio aperto della città. E assume lo stesso assurdo significato che avrebbe aggiungere un canto alla Divina Commedia o all’Orlando Furioso. O continuare i Promessi sposi fino al divorzio di Renzo e Lucia.

La grande architettura è, in sé, un organismo chiuso, tutta: non si amplia il tempio della Concordia di Agrigento, non si sopraeleva il Colosseo, non si allarga palazzo Farnese, non si allunga la Rotonda o la Basilica del Palladio: eresie. E, parimenti, nonostante la nebbia della Pianura Padana, non si toccano Palazzo Te a Mantova e Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Solo i barbari potrebbero pensarlo, e architetti senza nome e senza onore prestarsi a intervenire.

L’ampliamento di Palazzo dei Diamanti non si può neppure pensarlo. Bruno Zevi inorridirebbe. E così, certamente, Giorgio Bassani, Folco Quilici, Bruno Cavallini, Michelangelo Antonioni, Florestano Vancini, Antonio Cederna... La presa di posizione, oggi, di numerosi esponenti della cultura europea, da Marc Fumaroli a Claudio Magris, da Mario Bellini a Mario Botta, lo conferma solennemente, e non è contro nessuno, ma per difendere la gloriosa integrità, minacciata da una visione utilitaristica, di un monumento che appartiene all’umanità. Vale per Dante, per Ariosto, vale per Biagio Rossetti.

Fa sorridere leggere che un monumento che abbiamo visto e frequentato, con piena soddisfazione e «godimento» (come indicava il testo sacro della legge di tutela n. 1089 del 1º giugno 1939, più volte adattata ma mai rinnegata), si scopra oggi mortificato, da chi lo dirige immeritatamente, con proclami offensivi e moralistici: una «struttura non più all’altezza della proposta: mancano spazi per la didattica, un punto ristoro, servizi igienici adeguati, un percorso coperto». Ammesso che sia vero, bastava per questo un semplice padiglione mobile di legno, o di altro materiale leggero, quello sì «struttura» provvisoria di servizio, senza addizioni o allargamento del perimetro dell’edificio di Biagio Rossetti. Gaetano Pesce o Tadao Ando lo hanno realizzato. E come me la pensano centinaia di studiosi e architetti illustri che non hanno mancato di far sentire la loro voce, dopo aver conosciuto la proposta, tenuta deliberatamente in sordina per evitare gli inevitabili rilievi che «Italia Nostra» locale ha immediatamente sollevato.

L’alibi del concorso internazionale, disertato da moltissimi studi di vera architettura, è la copertura di un’idea meschina che è dichiarata nel patetico obiettivo espresso con i consueti luoghi comuni. Il deserto di idee si manifesta nel consunto lessico burocratico: «il progetto mira... non certo a sfregiare il palazzo, bensì a riqualificarlo e rilanciarlo». Come si può immaginare di «riqualificare» Palazzo dei Diamanti? È una terribile antinomia. Il palazzo qualifica noi. È il primo Palazzo del Rinascimento in Italia, non è un contenitore. Rilanciare Palazzo dei Diamanti è ridicolo: Palazzo dei Diamanti è stato, nella nostra mente, il primo luogo dell’arte contemporanea in Italia. Prima del museo di Rivoli, del Pecci di Prato, del MaXXI, del Mart, del Madre, del MAMbo. Il primo e il più importante. Decaduto con la direzione Buzzoni, ha iniziato a tentare la competizione con le mostre goldiniane di grandi artisti francesi dell’Ottocento, in sé meravigliosi ma, nell’obiettivo, commerciali. Si soffre a sentirlo definire, nello sciatto linguaggio propagandistico della promozione turistica, «eccellenza monumentale autonoma».

Questa collana di parole automatiche (fruizione, riqualificazione, eccellenza...) si rispecchia anche nella programmazione. Ovvio che le mostre di de Chirico e Ariosto siano pertinenti, e infatti io, che le ho visitate con ottimi studiosi come Nuccio Ordine, in orari d’apertura, le ho recensite favorevolmente, lodando il contributo e il merito di chi le aveva curate; e, probabilmente, farei lo stesso con la mostra di Courbet. Ma chiedo al sindaco, che ha, nei fatti, contrapposto gli artisti ferraresi ai non ferraresi, che cosa ostacolasse (se non interessi economici) il coordinamento espositivo tra le mostre di Palazzo dei Diamanti, a partire dalla pur bella «Stati d’animo», e le opere della Fondazione Cavallini Sgarbi, negli spazi oggi semideserti del Castello, tra l’altro con una dotazione notevole di capolavori di Gaetano Previati.

Perché l’illustre direttrice facente funzione, nel suo «compito istituzionale», non ha pensato a questo collegamento, o a un biglietto unico, che desse all’amatissimo visitatore la possibilità di vedere entrambe le mostre, nei principali e più visitati monumenti della città? Queste semplici considerazioni: la difesa dell’integrità di un monumento assoluto («eccellenza monumentale autonoma») e il coordinamento fra due non concorrenti «offerte» (mi adeguo al linguaggio) espositive, vengono mortificate in «propaganda elettorale» e non, da parte mia, come da parte di «Italia nostra», riconosciute come storica e documentata difesa del patrimonio artistico italiano per vocazione, mestiere, professione, concorsi vinti, libri scritti, offerta alla città della «fruizione» di capolavori di Niccolò dell’Arca, Ortolano, Garofalo, Lorenzo Lotto, Artemisia Gentileschi, Guercino, Ribera, Previati, Mentessi, De Pisis.

Tutta «propaganda elettorale», confondendo gli argomenti dialettici e la difesa del monumento con una polemica pretestuosa: «una realtà museale… messa in discussione non con un confronto onesto e civile sempre utile e benvenuto, ma con i modi e i toni della bagarre politica che sono ottime armi di distruzione che magari portano alla distruzione di che le ha impugnate, ma che lasciano dietro solo rovina». Dunque: «rovina» (e «propaganda politica») sarebbe aver offerto alla città la visione di capolavori, improvvisamente nascosti dal sindaco per lasciare solitario spazio e affermazione a Courbet; e aver indicato, dopo un concorso farlocco, la più opportuna destinazione di 3,5 milioni di euro, non a una deturpante addizione, ma al restauro e alla riabilitazione museale (altrimenti detta «riqualificazione») di Palazzo Prosperi Sacrati.

A un direttore che ragiona così, io, sindaco, in un «confronto onesto e civile», offro la prestigiosa (ma non pericolosa) direzione dei cimiteri (dalla quale peraltro proveniva l’ottimo vincitore di concorso, direttore della reggia di Caserta, Mauro Felicori, oggi in pensione). E vorrei chiudere ricordando che, senza «addizioni», l’unico e ultimo a «rilanciare» Palazzo dei Diamanti, dopo che l’ebbe innalzato Biagio Rossetti, fu Franco Farina. Un maestro.
 

Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Foto: Wikipedia

Vittorio Sgarbi, 08 gennaio 2019 | © Riproduzione riservata

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