Vita e vulnerabilità nella nuova autobiografia per immagini di Jim Goldberg

Abbiamo intervistato il fotografo Magnum in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Coming and Going

Foto dal libro «Coming and Going» (Mack, 2023), di Jim Goldberg. Cortesia dell’artista e di Mack
Rica Cerbarano |

Se c’è una cosa che la fotografia sa far bene, è raccontare la vita di una persona. Non a caso, l’album dei ricordi è convenzionalmente considerato come un insieme di scatti fotografici che riassumono un’esperienza vissuta: un giorno, un mese, a volte anni. Ne abbiamo tutti almeno uno, che sia cartaceo o digitale, ma quello che emerge sfogliandolo è sempre una narrazione filtrata della propria storia personale, dove trovano posto solo i momenti piacevoli, quelli che vale la pena ricordare. Non è questo il caso di Coming and Going, l’ultimo libro di Jim Goldberg, autore di progetti rivoluzionari che hanno cambiato il modo di intendere la fotografia documentaria (come «Raised by Wolves» e «Open See»). Nel corso della sua carriera, Goldberg ha posato il suo sguardo verso i margini della società, costruendo con i protagonisti dei suoi lavori una relazione duratura che gli ha permesso di entrare dentro mondi difficili e sottorappresentati, raccontarli e dare loro voce.

Nel volume recentemente pubblicato da MACK, Coming and Going, le carte in tavola cambiano. Dopo aver dedicato la sua vita a raccontare gli altri, questa volta Goldberg racconta se stesso e ciò che lo ha reso la persona che è. Lo aveva già fatto con «Candy» e «The Last Son», incentrati sulla sua famiglia e il suo percorso artistico, ma mai in maniera così compiuta e viscerale. «Ho iniziato il progetto nel 1999, durante una residenza d’artista in cui ho deciso di esaminare tutta la montagna di materiale che avevo e dargli una forma. Lì è nato il diario che è poi diventato Coming and Going», mi racconta al telefono. Accanto a me, sulla scrivania, una copia del libro mi fissa con la sua importante presenza fisica (360 pagine fitte di immagini, foto d’archivio, testi e segni colorati), invitandomi ad aprirlo e sprigionare tutto ciò che contiene.
Foto dal libro «Coming and Going» (Mack, 2023), di Jim Goldberg. Cortesia dell’artista e di Mack
Sfogliare questo volume è come assistere alla vita del fotografo proiettata a velocità ultra rapida, scandita dai momenti cruciali: l’incontro con il primo grande amore (una frase scritta a mano sotto una Polaroid cita «This is the moment I fell in love»); il rapporto con i genitori, Herbert e Lillian, fotografati nella loro quotidianità, anno dopo anno, ruga dopo ruga, mentre combattono il cancro e le malattie della vecchiaia; i viaggi in giro per il mondo, il matrimonio e la nascita della figlia Ruby; la perdita del padre prima e della madre poi; la rottura con Susan, e Ruby che cresce; e poi, l’arrivo di una nuova relazione importante, questa volta con una sua collega, Alessandra Sanguinetti (anche lei fotografa Magnum), e la creazione di una nuova famiglia allargata. Entrano nel flusso di memorie anche i volti delle persone che Goldberg ha incontrato durante alcuni dei suoi progetti più importanti, come Tweeky Dave e Echo, «i ragazzi della strada» di «Raised by Wolves», le loro lettere a distanza di anni, le mappe create per evidenziare il loro viaggio lontano da casa, spesso da una costa all’altra degli Stati Uniti. Evidenti le reminiscenze di libri autobiografici che sono entrati nella storia della fotografia: primo fra tutti, The lines of my hand di Robert Frank, ma anche Pictures from home di Larry Sultan. Non a caso, entrambi gli autori furono maestri e amici dell’artista.

Vorrei chiedere moltissime cose a Goldberg, ma non abbiamo molto tempo. Più di tutto, mi interessa sapere cosa ha provato nel mettersi a nudo e mostrare anche i lati più tristi della sua vita: la morte, il dolore, la frustrazione. «Ho sentito il bisogno di portare in questo lavoro lo stesso rigore che ho messo negli altri miei progetti, anche se naturalmente è stato complicato mostrare me stesso», mi risponde. «Non penso che la mia vita sia speciale. Ho avuto opportunità e privilegi che altre persone non hanno avuto e lo apprezzo. Ho preso la mia storia e le cose che ho vissuto, le mie vicissitudini, gli alti e bassi, e ho cercato di metterle in una forma che parlasse alle altre persone. Volevo creare qualcosa con cui ci possiamo tutti relazionare e che può aiutarci a guardare alle nostre vite prendendo consapevolezza della nostra vulnerabilità, cosa che penso sia molto importante per gli artisti». Continua spiegando che è con la vulnerabilità (questa parola così pericolosa, così estremamente difficile da pronunciare) che arriva la trasformazione, la volontà di sperimentare e fare le cose in modo diverso. «Essere vulnerabili ci permette di vedere le cose sotto nuovi punti di vista».


Di fronte a un lavoro così monumentale, sviluppatosi nel corso di 23 anni, viene naturale chiedersi come si è evoluto il processo creativo dietro il progetto. «Ho fatto quello che faccio sempre: esco nel mondo, fotografo e raccolgo appunti. Poi, quando torno in studio con le fotografie, sia che le metta su un muro, dentro una scatola o su un tavolo, le guardo e provo a dar loro un senso. Cerco sempre di seguire la mia intuizione e di reinventare il modo in cui creo il racconto, in modo che ogni lavoro sia diverso dal precedente. Con Coming and Going mi sono spinto oltre i miei limiti sin dall’inizio».
Foto dal libro «Coming and Going» (Mack, 2023), di Jim Goldberg. Cortesia dell’artista e di Mack
La volontà era quella di creare un libro dal carattere cinematografico con l’obiettivo di «aiutare lo spettatore a percorrere la mia vita». Ci è riuscito. La narrazione segue un ritmo febbrile ma disciplinato, gli elementi che la compongono si susseguono in modo inaspettato e ad ogni giro di pagina non si sa cosa succederà in quella successiva. La varietà di linguaggi utilizzati è sorprendente, come sempre nei suoi progetti. Una parte fondamentale la giocano i testi: appuntati, trascritti o riportarti nella loro forma integrale, come lettere battute a macchina o documenti stampati. Tracce verbali di rotture e ricongiungimenti, sofferenze soffocate e affetto condiviso.

«Nel mio lavoro, foto e testi dialogano l'uno con l'altro. Per me, fare un libro, un film, o qualsiasi tipo di progetto artistico, è come lavorare con un puzzle. Può succedere che ti manchino dei pezzi. Quando li trovi, li incastri e completi l’insieme». I testi sono solo una parte di questo ricco puzzle che è Coming and Going, dove Goldberg fa largamente uso del collage, come nella maggior parte dei suoi lavori. «L’interesse in questo tipo di tecnica deriva dal modo in cui percepisco il mondo. La mia è una visione complessiva e istantanea, non vedo un’immagine singola, ma immagini multiple, quasi come in un montaggio. Il collage mi aiuta a restituire questo modo di vedere diverse prospettive tutte insieme». Un modo di concepire la realtà che richiama l’esperienza cubista, caratterizzata dalla rappresentazione simultanea di molteplici angolazioni.

Mentre Goldberg parla, mi chiedo se questa sua predilezione per il collage non sia, in definitiva, una soluzione stilistica con cui trasferire in forma visuale la complessità della vita, che non è mai il risultato di un solo punto di vista. Ipotesi che mi pare essere avvalorata da ciò che confida subito dopo. «Credo che il mio ruolo di narratore sia quello di prendere ciò che conosco, la mia vita, e di esporla in modo che le persone vi si possano immedesimare. È come essere su una scala. Puoi salirci e guardare la tua vita dall’alto, oppure puoi scendere e confrontarti con le cose più difficili, come la morte, le rotture, il dolore…». Goldberg non solo è sceso dalla scala, superando le difficoltà nel suo privato, ma ha anche avuto il coraggio di raccontare la sua esperienza attraverso questo libro, mostrando come al di là della pratica artistica ci sia una quotidianità che è intrinsecamente parte di lui e che ha determinato i tempi della sua vita, i suoi fallimenti e i suoi successi.
Foto dal libro «Coming and Going» (Mack, 2023), di Jim Goldberg. Cortesia dell’artista e di Mack
«Il motivo per cui ci ho impiegato così tanto per pubblicare il libro è che la vita si è messa in mezzo. Ho dovuto affrontare il fatto di essere un padre single e di guadagnarmi da vivere, sono entrato in Magnum e ho portato avanti altri progetti… Era difficile anche solo immaginare di riuscire a finire questo libro, richiedeva moltissimo impegno e avevo tante altre cose su cui lavorare… Ma sono riuscito a capirlo e accettarlo con il passare degli anni. Alla fine ce l’ho fatta». Le parole di Goldberg scaldano il cuore, perché ci ricordano come dietro il luccichio delle nostre immagini pubbliche si annidi un garbuglio di questioni personali con cui è spesso difficile riappacificarsi. A ognuno tocca il compito di trovare il modo di convivere con il proprio doppio, con le discrepanze tra immagine pubblica e privata, e più in generale con il magma informe che influenza le regole non scritte della società. «Viviamo per raccontare storie e sono proprio le storie a permetterci di trovare una logica alla follia di questa vita» chiosa Goldberg verso la fine della nostra conversazione. «La fotografia per me è un mezzo con cui navigare nel mondo e dare a tutti una voce. Se non l’avessi incontrata, non so cosa avrei fatto. Mi sento come se non avessi altra scelta che fare quello che sto facendo. La fotografia mi ha salvato. È uno strumento, una guida, un’amica, con cui a volte mi capita anche di litigare».

© Riproduzione riservata La copertina del volume
Altri articoli di Rica Cerbarano