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Vija rigenerante satura la coscienza

Una retrospettiva di Celmins al San Francisco Museum of Modern Art attesa da dieci anni

«To Fix the Image in Memory I-XI» (1977-82)» di Vija Celmins

San Francisco (Stati Uniti). Vija Celminsè meglio nota per le sue immagini ossessive e minuziosamente dettagliate di onde oceaniche e cieli notturni costellati di stelle. E in effetti, nel corso della sua carriera, è tornata ripetutamente su questi soggetti. Eppure queste opere sono notoriamente difficili da ottenere: l’artista lavora a un ritmo impegnativo e musei e collezionisti privati, desiderosi di acquistare suoi pezzi, hanno dovuto attendere a lungo. Sembra quindi coerente che la retrospettiva «Vija Celmins: To Fix the Image in Memory», al San Francisco Museum of Modern Art dal 15 dicembre al 31 marzo, abbia anch’essa sofferto di una lunga gestazione: dieci anni secondo Gary Garrels, curatore senior di pittura e scultura.

La mostra comprende circa 150 opere, grosso modo metà di ciò che la Celmins ha prodotto negli ultimi 55 anni. E sottolinea come l’artista ottantenne, lettone di nascita, resista a qualsiasi categorizzazione, sebbene alcuni vedano collegamenti al Concettualismo e al Minimalismo. «Al raggiungimento della maturità, fa notare Garrels, la Celmins optò per un’intensa concentrazione sull’oggetto che intendeva rappresentare».

Che si trattasse dell’oceano, di un deserto, di una ragnatela o di una lavagna, «c’è questo senso di disciplina e di acuta consapevolezza di trovarsi nel presente, di osservare con un’intensità tutt’altro che comune», dice. Questo è particolarmente vero oggi, che «siamo costantemente bombardati da centinaia di immagini e tendiamo a passarci sopra velocemente». Uscita dalla scuola d’arte nell’Indiana agli inizi degli anni ’60, la Celmins decise di non trasferirsi sulla East Coast per iscriversi, invece, alla University of California di Los Angeles. Qui rifiutò la pittura gestuale degli espressionisti astratti e iniziò a realizzare accurati dipinti di oggetti nel suo studio: una busta, una lampada, un fornello elettrico, una stufetta. Passò in seguito a dipinti essenzialmente monocromatici e disegni di soggetti fotografati per quotidiani e riviste, come gli aerei da caccia.

La mostra si focalizza anche su molti dei disegni grigi seppure luminosi, di oceani che la Celmins iniziò a realizzare alla fine degli anni ’60 insieme a immagini di deserti e della superficie lunare. Lungo il percorso si guadagnò un’ampia reputazione tra i suoi colleghi per lo più maschi della scena artistica californiana, cosa non comune per una donna a quell’epoca. Ma ancora irrequieta per ciò che New York poteva offrire, nel 1981 la Celmins si trasferì nella città dove ancora vive. Due gallerie della mostra saranno dedicate ai dipinti e ai disegni di cieli stellati, che l’artista realizzò tra la fine degli anni ’80 e il 2001. Tra gli altri pezzi di maggior rilievo i «Blackboard Tableau #1» (2007-10) e «To Fix the Image in Memory I-XI» (1977-82), assemblaggio di pietre raccolte e di calchi di bronzo dipinto delle stesse, che hanno ispirato il sottotitolo della mostra. Garrels si augura che i visitatori possano «acquisire consapevolezza del [loro] processo di osservazione» ricominciando da zero a ogni opera. «Lasciare che esse saturino la nostra coscienza è un’esperienza davvero rigenerante», aggiunge.

Il supporto economico per la mostra è stato fornito dal Mimi and Peter Haas Fund, tra altri. La mostra, curata congiuntamente con Aaron I. Fleischman del Metropolitan Museum of Art, si trasferirà il prossimo anno all’Art Gallery of Ontario e al Met Breuer.

Nancy Kenney, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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