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Opinioni

VIAGGI PER L'ESTATE | Manuale di autodifesa per visitare biennali e fiere d'arte

Regole e consigli per non uscirne frustrati, sconfitti o, peggio, pericolosamente soddisfatti

«Post-Ruin (Pink)» di Andreas Angelidakis nella sezione «Unlimited» ad Art Basel

Se la Biennale vi delude, intorno c’è pur sempre Venezia, ma se Documenta è brutta, intorno avrete solo Kassel. Il tormentone è noto a tutti i più incalliti visitatori delle grandi mostre d’arte contemporanea, ma è vero sino a un certo punto. Il turismo può tramutare una passeggiata veneziana in un incubo e il parco secolare della cittadina tedesca è comunque una sicurezza. Quest’anno Documenta non c’è ma nell’ultimo trentennio le biennali si sono moltiplicate e in genere è piuttosto inutile vederle tutte, dal momento che più o meno si somigliano. Ma a settembre le bellezze di Lione e Istanbul, entrambe le città sedi di ormai consolidate biennali, offrono un atterraggio morbido in caso di overdose di arte d’oggi.

Dunque la prima regola per visitare una biennale è assicurarsi che intorno ci sia qualcos’altro da vedere o quanto meno qualche attrazione d’ordine turistico, non ultima l’offerta gastronomica.

Seconda regola. Prima della visita doparsi, informandosi su tutto ciò che va per la maggiore. Tradotto: leggere i consigli della critica di regime, che ormai si estende da alcuni media specializzati alla stampa generalista e, una volta in visita, evitate come il fuoco tutto ciò che è consigliato o sguaiatamente esaltato. Viene in mente quello che diceva il grande gallerista Ronaldo Rotta in tempi non sospetti: «L’arte spesso non si vede, si sente». E non si riferiva all’olfatto ma all’udito. Insomma, molti dei predetti consigli sono dei semplici passaparola ispirati dalla moda, frutto di un’accidiosa cortigianeria e, spesso, pronunciati da chi la biennale e le opere in questione non le ha neanche viste. Eludendo le esche, peraltro stantie, non è escluso che per conto vostro farete piacevoli scoperte.

Terza regola. Prima guardare attentamente l’opera che ha attirato la vostra attenzione, formulare un giudizio o un’interpretazione e solo dopo leggere la «velina», ovvero la «spiega» sulla didascalia. Il più delle volte avrete la conferma che nell’arte contemporanea nulla è ciò che sembra, ma soprattutto avrete una risposta ai vostri inconfessabili sospetti, ovvero che gran parte delle opere prodotte oggi lancino messaggi di una banalità sconcertante. Vi imbatterete, in questi anni, in temi abbastanza farlocchi da sembrare delle fake news (la vita di una zia monaca di clausura ed ex pornostar e magari medium, la scoperta di un’antica comunità di antropofagi vegetariani, la possibile potabilizzazione con l’alka seltzer dell’acqua di laguna, una devastante piorrea infantile che complicò la vita al fratellino alcolista dell’artista ecc). La vostra fantasia sarà nel 90% dei casi superiore a quella degli autori, quindi se decidete di evitare la lettura delle didascalie non sentitevi in colpa. Sebbene il personale preposto ai servizi educativi e didattici sia in gran parte costituito da giovani e attraenti esemplari della nostra specie, resistete alla tentazione di chiedere approfondimenti: quei ragazzi/e vi risponderebbero recitando quasi a memoria il contenuto della didascalia, imitandone anche lo «stile», vale a dire, a Venezia, un brutto inglese tradotto in pessimo italiano.

Quarta regola. Non visitate una biennale, ovunque essa sia, seguendo il percorso imposto dal curatore. Cominciate dalla metà, o dalla fine, o concentratevi solo su alcuni ambienti in ordine sparso. Lo stile curatoriale è oggi di una noia terrificante, scontato, «facilitante» in maniera irritante, desolatamente tematico ecc. In più la povertà di idee, curatoriali e artistiche, spesso si nasconde sotto la foglia di fico dell’allestimento, ora vetrinistico ora pedante come la maestrina con la penna rossa. Perché farsi fregare? Isolate le opere dal contesto e valutatele come se doveste vederle in casa vostra. Siccome casa vostra, senza offese, non sempre ha le dimensioni della villa dei coniugi Rubell a Miami Beach, immaginatele sole solette nella stanza di un museo.

Quinta regola. A proposito di sòle: non è strettamente necessario acquistare il catalogo, a meno che non abbiate deciso di leggerne i testi. Quasi sempre, però, è preferibile dedicarsi ad altri generi letterari. Sòle e ancora sòle: non è bello, ma, almeno a Venezia, portatevi lo spuntino da casa. In caso contrario, mangiate qualcosa acquistato «in situ». La prossima volta vi porterete il cibo da casa.


LA FLORA E LA FAUNA
Un’attrattiva in comune tra biennali e fiere d’arte contemporanea, oltre alla flora (le opere) è la fauna. Per dedicarsi a questo tipo di safari è indispensabile riuscire ad accedere ai giorni sulla carta riservati ai giornalisti e ai cosiddetti «operatori». L’impresa, da quando le organizzazioni delle grandi fiere tipo Art Basel hanno persino scandito le «Vip preview» in giorni e ore diversi a seconda dei portafogli, almeno all’estero non è così agevole. Sono stati i galleristi a chiedere questa preselezione poiché i curiosi disturbavano le trattative. Più facile alle biennali, almeno a gudicare dal numero di imbucati che a Venezia affollano i tre giorni prima della vernice ufficiale. Ma restiamo alle fiere.

Primo consiglio. Ci sono due modi per visitarle: uno puramente contemplativo, ma alla lunga noioso data la sempre più evidente piattezza e ripetitività nelle proposte dei galleristi; l’altro può essere più divertente e consiste nell’immedesimarsi in un collezionista. Potreste scegliervi un budget virtuale entro il quale altrettanto virtualmente operare, partendo da un tetto di 10mila euro (auguri) a salire. Il problema può consistere nel chiedere i prezzi, soprattutto in Italia. Non fingetevi giornalisti, perché non appena toccherete il tasto dei prezzi vedreste i vostri interlocutori cambiare espressione, sino a raggiungere quel misto di delusione, disprezzo, rabbia e frustrazione ben noto a chi fa il mestiere di dare notizie sul mondo dell’arte e non solo. Meglio assumere la posa di collezionisti, a patto di non andare a chiedere il prezzo di «The Sacred Heart» di Jeff Koons (tanto lo trovereste sui siti specializzati) o di un «Ambiente spaziale» di Fontana (che comunque costa molto meno di Koons). Se decidete di farvi passare per collezionisti, non esagerate nell’abbigliamento: imitate piuttosto quello delle persone che negli stand siedono al tavolo dei galleristi pur senza essere membri dello staff o di quelle che intrattengono rapporti cordiali con i mercanti. Solo sopra i 50 sono ammessi occhiali con la montatura rossa o blu e pantaloni gialli o rosso mattone. Può darsi che possiate vedere piccole mandrie di collezionisti anche durante i giorni di apertura al pubblico «normale»: gli avvistamenti si verificano con una certa frequenza nelle fiere italiane o ad Arco, a Madrid. Si tratta di gruppi di ricchi invitati con la formula «all inclusive» (piove sempre sul bagnato) dall’organizzazione e pilotati in fiera da qualche tirapiedi del direttore di turno. La visita di gruppo è un’ottima occasione per farsi un’idea di come vestono e di che faccia hanno. Prestate molta attenzione alle calzature maschili o femminili, tratto distintivo della stravaganza.

Secondo consiglio. In ogni caso, prima di chiedere il prezzo (e l’eventuale sconto, perché la commedia deve essere recitata sino in fondo) immaginate l’opera a casa vostra, a partire dalle dimensioni della porta d’ingresso che ne dovrebbe consentire il passaggio.

Terzo consiglio. Naturalmente non dovrete pretendere di battere a tappeto tutta la fiera. Potreste concedere più tempo alle sezioni dedicate ai giovani, a quelle cosiddette «curate» (dove un giovane boss del mondo curatoriale cura i propri interessi e il suo futuro selezionando un numero di gallerie che pacciono a lui o a qualche pezzo da novanta tra i galleristi che le ritiene «organiche» alla fiera). E poi dipende dalla fiera: andare ad Art Basel o all’Armory Show senza vedere Picasso, Pollock, Bacon o Warhol è come andare a New York e per snobismo non dare un’occhiata alla Statua della Libertà, ed è chiaro che ad Artissima o a Frieze si va per vedere le opere dei giovani. Il problema è che anche Artissima e Frieze hanno cominciato a guardare al passato prossimo per ragioni squisitamente culturali, cioè culturalmente legate al fatturato. Ed ecco allora proliferare le sezioni in cui vengono proposti quegli artisti che dagli anni Sessanta in poi hanno magari avuto il loro momento di fulgore (la partecipazione alla Biennale di Venezia, a una mostra determinante per il futuro di una neoavanguardia da cui poi sono stati messi elegantemente alla porta, qualche acquisto da parte di collezionisti importanti ecc.), e poi sono finiti un po’ in terza o quarta fila. Attenzione: rovistare nelle soffitte proprie e altrui è divertente, ma raramente si mettono in soffitta cose che non siano rotte, inutili o francamente brutte. Certo, c’è un margine di qualità assoluta: ma per un Icaro o una Maiolino molto opportunamente tornati in auge, ci sono centinaia di loro colleghi che sarebbe meglio, appunto, lasciare dove sono. Quindi, anche se il vostro acquisto sarà puramente ipotetico, sappiate che gli anni a venire risparmieranno pochissime riesumazioni e il vostro «investimento» si rivelerà un buco nell’acqua. E poi, dopo che Sgarbi alla Biennale ha invitato praticamente tutti gli artisti italiani, sarà difficile, in futuro, individuare nell’anziana signora veneziana un parametro di valore.

Quarto consiglio. Non dimenticate che anche gli artisti più affermati producono almeno un 50% di opere brutte. Non intossicatevi la vista e l’umore solo per il nome sul cartellino.

Quinto consiglio. Utilissimo, prima delle visite alle biennali o alle fiere, una specie di training fatto di zapping sulle vendite televisive, sui vecchi cataloghi Bolaffi, sui cataloghi delle passate mostre mercato o su quelli delle vecchie Biennali e Documenta, o magari, per l’arte italiana, su quella monumentale e meravigliosa (e indirettamente impietosa) catalogazione/anagrafe critica pubblicata nelle edizioni Bora da Giorgio Di Genova. Ma basterebbe anche riguardarsi certe voluminose compilazioni dei top 100 o dell’arte del nuovo secolo edite circa vent’anni fa da Phaidon o da Taschen per rendersi conto della volatilità di certi valori o, per meglio dire, di certe cifre. In sostanza, visto che a tutto o quasi possiamo far fronte tranne che alle mode e ai capricci dei collezionisti, tanto vale attenersi al solito consiglio: comprare ciò che piace. Ma siamo sicuri che dopo il citato training e dopo un po’ di anni sarete in fondo contenti di non dovervi prendere la responsabilità o subire la coercizione (per status symbol, per illusorio investimento, per presunzione) di mettere mano al conto in banca, o di non avere una moglie o un marito appassionati d’arte contemporanea. Ah, quando andate a Basilea e la fiera vi delude, ci sono pur sempre il Kunstmuseum e la Fondation Beyeler da visitare. Non saranno Giorgione o Tiziano, però...


VIAGGI PER L'ESTATE

Contemporaneisti, tutti in Nordeuropa!

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 399, luglio 2019


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