Uno straordinario viaggio nella storia dell’incisione

Per festeggiare il ventesimo anniversario della sua riapertura, l’Albertina di Vienna offre l’opportunità di vedere parte delle sue collezioni di grafica, uno dei più vasti e completi nuclei al mondo

«Fetonte» (1588) di Hendrick Goltzius. Vienna, Albertina
Franco Fanelli |  | Vienna

1655: Rembrandt incide l’«Ecce Homo», un soggetto nel quale, nel 1510, si era cimentato il suo illustre concittadino, Luca di Leida. Nel bulino di Luca, il primo piano spetta a un pubblico composto da figure elegantemente allungate e la scena si svolge in una riconoscibilissima Leida. Inizialmente, anche Rembrandt affolla la composizione con un composito pubblico. Ma ora la folla e, in alto, i protagonisti, sono tutti in primo piano.

Non basta ancora. L’artista si arma di raschietto e brunitoio e cancella dal rame il pubblico, arginandolo ai lati del podio. Ora Pilato, Cristo, sgherri e sacerdoti incombono su di noi. In basso, due arcate si spalancano ora in un buio che ricorda quello del ventre svuotato di Joris Fonteyn, un ladro fresco d’impiccagione che sul tavolo della «Lezione di anatomia del dottor Deyman» (Rembrandt la dipinge nel 1656) ha una postura non troppo dissimile da quella del «Cristo morto» di Mantegna.

L’incisione è l’unica arte che ci consente di accompagnare passo dopo passo un artista nel processo creativo, tra variazioni e pentimenti. Qui carta canta: ci sono le prove di stato, le stampe con le quali l’autore verifica progressivamente il suo lavoro sulla matrice. Siamo nel cuore della mostra «Dürer, Munch, Miró. I grandi maestri dell’incisione», aperta fino al 14 maggio all’Albertina Museum di Vienna, che per festeggiare il ventesimo anniversario della sua riapertura offre l’opportunità di vedere parte delle sue collezioni di grafica (composte da oltre un milione tra disegni e stampe), uno dei più vasti e completi nuclei al mondo.

Fu il duca Casimiro Alberto di Sassonia-Teschen (1738-1822) a dare origine a questa strepitosa raccolta: «Uno dei più appassionati e fanatici collezionisti di stampe che siano mai esistiti, dedicò cinquant’anni della sua vita, spendendo somme enormi per acquistare in Italia, nei Pesi Bassi e a Parigi». Così lo descrive Ferdinando Salamon in Il conoscitore di stampe. 228 i fogli esposti, da una «Sacra Famiglia» di anonimo xilografo tedesco del XV secolo a Paula Rego. Tra i due estremi, uno stupefacente percorso nella storia della stampa d’arte.

Ci sono «La tentazione di sant’Antonio» di Schongauer e il celeberrimo «trittico» composto da «San Gerolamo nello studio», «Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo» (che ispirò Ingmar Bergman per il suo «Settimo Sigillo») e «Melencolia I», incisi da Dürer tra il 1513 e il 1514; ma c’è anche lo stato intermedio dei suoi «Adamo ed Eva», con le figure in attesa di incarnarsi nell’argenteo modellato del bulino.

Dalle acque in cui gli dèi marini si azzuffano nelle incisioni di Mantegna, si passa a quelle della Serenissima nelle vedute di Jacopo de Barbari, panorami a volo d’uccello della città dove operava il consulente del duca Alberto, Jacopo Durazzo, ambasciatore dell’imperatore d’Austria. Poi arriva il secolo d’oro dell’acquaforte, il ’600, quando troneggia Rembrandt con la «Stampa dei cento fiorini» su carta Japon e un raro esemplare de «Il mulino» (1641) con il cielo che conserva quelle tracce di craquelure tanto ambite dai collezionisti.

Qui la mostra offre un altro dei suoi accostamenti: dopo il suo predecessore, Rembrandt è accostato a un suo successore del XX secolo, Edward Hopper («Ombre nella notte», 1921). Splendido anche il «divenire» del «Sacro volto» da Beham a Mellan. La satira di Hogart si confronta con quella dei «Capricci» di Goya, la luce di Canaletto con le tenebre di Piranesi, l’espressionismo di Käthe Kollwitz, che ancora porta in sé il raffinato chiaroscuro simbolista, si misura con l’acre sgorbia di Nolde, e le sue madri hanno come contraltare le donne-vampiro di Munch.

Una mostra di questa qualità mette in evidenza come la grafica d’arte a stampa sia stata spesso il veicolo attraverso il quale trasmettere iconografie, coltissime e inconsuete. «Lo stregozzo» di Agostino Veneziano, che secondo la tradizione deriverebbe da un disegno di un Raffaello Sanzio insospettabilmente noir, è una di quelle stampe che confermano questa corrente tematica sotterranea, attraverso la quale ci è possibile oggi considerare attraverso sfaccettature non convenzionali anche il solare Rinascimento.

Un’autrice meno nota ai non addetti è poi la xilografa austriaca Auguste Kronheim (1937-2021), che può avere affascinato un’altra appassionata di grafica come Kiki Smith. L’artista americana sarà tra i protagonisti di una panoramica sulla grafica del XX e XXI secolo intitolata «Andy Warhol to Damien Hirst. The Revolution in Printmaking», che si aprirà all’Albertina Modern dal 14 febbraio al 23 luglio.

I nuovi linguaggi e le neoavanguardie post 1945 impongono l’uso di ulteriori tecniche; il colore avrà una parte fondamentale. Entrano in gioco la serigrafia, la stampa offset e il digitale. Il revival postmodernista degli anni Ottanta da parte del Neoespressionismo riporterà alla ribalta la xilografia (Georg Baselitz e Anselm Kiefer). Più recentemente Glenn Brown, scuderia Gagosian, ha prodotto grandi acqueforti e alcune affascinanti rivisitazioni rembrandtiane. Insomma, per essere un’arte di nicchia, come spesso è considerata, quella occupata dalla grafica d’arte è una nicchia assai ampia e soprattutto molto e bene abitata.

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