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UNESCO | Lo spartiacque è il 1970

Quest'anno ricorrono i 50 anni dall'approvazione della Convenzione contro il commercio di beni culturali di provenienza illecita

I quartieri generali dell'Unesco a Parigi con il Giardino Primaverile

Questo mese ricorrono i cinquant’anni dall’adozione da parte della Conferenza generale dell’Unesco di quello che è considerato lo strumento internazionale più importante nella lotta contro il traffico illecito dei beni culturali: la «Convenzione concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali» approvata nel 1970 (e ratificata dall’Italia nel 1978, Ndr).

Mentre il primo quarto di secolo dalla sua entrata in vigore è stato caratterizzato principalmente dall’adesione dei cosiddetti «Paesi d’origine» (quelli con un ricco patrimonio culturale ma incapaci di controllare il traffico illecito al loro interno), la Convenzione ha avuto piena attuazione solo negli ultimi 25 anni, quando molti dei cosiddetti «Paesi del mercato» hanno finalmente deciso di aderire: la Francia nel 1997, il Regno Unito e il Giappone nel 2002, la Svizzera nel 2003, Germania, Belgio e Paesi Bassi poco dopo.

Nello stesso periodo, gli Stati Uniti, firmatari dal 1983, sono stati protagonisti di una serie crescente di accordi bilaterali con Paesi che cercavano di proteggere il loro patrimonio, come Italia, Colombia e Cina. Oggi la convenzione ha 140 sottoscrittori, in pratica tutti i principali Paesi coinvolti nel commercio artistico. Nonostante questo, la Convenzione non è particolarmente efficace dal punto di vista strettamente legale. Molte delle sue disposizioni sono troppo blande, risultato inevitabile del compromesso internazionale.

La Convenzione si occupa in gran parte di fornire principi guida ai Paesi d’origine sul monitoraggio e il controllo del patrimonio all’interno del loro territorio, e leggi «soft» per stabilire una «best practice» e la cooperazione tra gli Stati. Per quanto riguarda la restituzione dei beni esportati illecitamente, il punto di forza dell’accordo si trova in una sottosezione (l’articolo 7 comma b), che si applica però solo a materiale specifico sottratto da un museo, monumento o istituzione similare e classificato in un inventario. Non copre i reperti antichi rinvenuti illegalmente, né le leggi sull’esportazione e non è retroattiva. Prevede inoltre che i Paesi richiedenti paghino una compensazione ai proprietari dei beni di cui chiedono la restituzione, un impegno davvero gravoso per le Nazioni povere del Sud del mondo.

L’impatto della Convenzione si è fatto sentire piuttosto nell’aver stabilito una base etica per l’applicazione della legge e per i musei. Prima della pandemia, non sembrava passare un solo mese senza un importante blitz della polizia o la confisca di beni ottenuti illecitamente. Anche se pochi hanno avuto successo grazie alle specifiche disposizioni della Convenzione, sono comunque il segnale di una maggior sensibilità verso il commercio di beni culturali di provenienza incerta da parte dei funzionari di frontiera e della polizia.

L’effetto più visibile e di maggior impatto si è visto nel mondo dei musei, in cui il 1970 è considerato uno spartiacque. Quasi tutti i principali musei occidentali ora considerano il «1970» come una data «irremovibile» e rifiutano di acquistare oggetti che hanno lasciato il Paese d’origine dopo quell’anno se privi di una documentazione completa. La soglia del 1970 è stata inserita in molti codici etici dei musei a partire dall’inizio degli anni 2000 e da allora la consapevolezza etica non ha fatto che crescere.

La Convenzione è stata inizialmente sostenuta da quei Paesi maggiormente bisognosi di assistenza internazionale e snobbata da chi invece commerciava in beni culturali. Ma entrambe le reazioni furono premature e il suo impatto si è acuito gradualmente, in modo lento ma efficace. Ora è chiaro che il 1970 resterà una pietra miliare, per i prossimi 50 anni e oltre. L’Unesco ha decretato il 14 novembre come «International Day Against Illicit Traffic in Cultural Property».

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Alexander Herman, da Il Giornale dell'Arte numero 413, dicembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA
  • Vista aerea di Palmira (1926-1930 circa, particolare). Foto: The Fouad Debbas Collection, Sursock Museum
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