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UNESCO | Il traffico illecito non vale 10 miliardi di dollari

Il mercato dell’arte contesta i dati e sollecita maggiore collaborazione tra forze dell’ordine, gallerie e collezionisti

L'ingresso alla sede Unesco a Parigi

Il 14 novembre l’Unesco ha celebrato il 50mo anniversario della firma della Convenzione contro il commercio illecito di beni culturali. Tuttavia questa celebrazione rischia di essere oscurata da una crescente controversia su alcune delle sue dichiarazioni. La Convenzione ha superato una dura resistenza politica, ottenendo la ratifica da parte di 140 Stati, meno però dei 194 firmatari della Convenzione del Patrimonio mondiale. Ci sono voluti 13 anni prima che gli Stati Uniti firmassero, 27 anni per la Francia e 28 per la Cina.

Il Regno Unito, la Germania, i Paesi Bassi, il Belgio o la Svizzera, considerati importanti mercati per il traffico archeologico, si sono uniti solo negli anni 2000. Tuttavia è stata accettata come barriera simbolica dai musei e dal mercato dell’arte. Ora è difficile vendere un’antichità preziosa priva di una provenienza adeguata da prima del 1970. «Il panorama è cambiato enormemente, afferma Clinton Howell, presidente del Cinoa, l’Associazione internazionale dei mercanti di opere d’arte, la pratica etica non è un concetto astratto ma un aspetto essenziale di ogni business». La Convenzione, sebbene non vincolante, è stata anche un passo importante nella costruzione della protezione internazionale per il patrimonio mondiale.

Proprio nell’anno del 50mo anniversario della Convenzione contro il commercio illecito, gli operatori del mercato si sono molto irritati contro l’Unesco. Il disappunto nasce dall’affermazione secondo cui «si stima che il commercio illecito di beni culturali valga 10 miliardi di dollari ogni anno». Fino a ora l’Unesco, così come l’Interpol, ha ammesso l’impossibilità di fornire una stima affidabile: 10 anni fa, nel 40mo anniversario, aveva affermato che «è difficile controllare tali dati considerando la natura illecita del commercio». Questa posizione è ancora valida per Lyndel Prott, ex legale dell’Unesco per le convenzioni culturali dal 1990 al 2002, o per Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco dal 2009 al 2017.

Audrey Azoulay, che le è subentrata, ha deciso di cambiare rotta. La controversia non è nuova. Ma questa è la prima volta che un ente internazionale cita la straordinaria cifra di 10 miliardi di dollari, che rappresenterebbero il 15% del mercato totale dell’arte. Un rapporto di quest’anno dell’organizzazione di ricerca Rand sui «modi per monitorare e arrestare il traffico illecito», ha rilevato «che l’intero mercato delle antichità non dovrebbe superare le poche centinaia di milioni di dollari all’anno». L’Unesco afferma inoltre che il traffico di beni culturali è al terzo posto dopo il commercio di droga e armi, prima di attività criminali come il traffico di esseri umani o il mercato dei falsi.

L’Unesco ha attribuito i suoi dati a «rinomati esperti internazionali come Marc-André Renold, dell’Università di Ginevra». Contattato, il professore ci ha detto con sorpresa di non avere «idea da dove provenga questa cifra di 10 miliardi di dollari. Certamente non da me!» In un suo studio del 2018 scriveva: «È problematico valutare la portata del commercio illecito di beni culturali. Non ci sono statistiche esaustive e affidabili che ci permettano di cogliere la sua vera scala o il valore monetario del mercato nero, ed è facile capire perché».

«Basando le sue politiche su cifre false e dati inesatti, l’Unesco rischia di indirizzare risorse preziose verso obiettivi sbagliati e così influenzare le sue politiche», reagisce Vincent Geerling, presidente della International association of dealers in ancient art. Il vicedirettore della divisione culturale dell’Unesco, Lazare Eloundou Assomo, dichiara di non voler essere «intrappolato in un dibattito sulle cifre, che potrebbe essere utilizzato da una lobby per evitare il vero problema: l’aggravarsi dei saccheggi archeologici, soprattutto in zone di conflitto, che in gran parte finanziano il terrorismo».

«Dobbiamo essere molto cauti. È impossibile indicare una cifra sul mercato nero», dice Vincent Michel, specialista francese di archeologia orientale. Tuttavia, aggiunge, «una cosa è certa: ci sono non solo monete o statuette oggi in vendita online, ma anche opere di pregio, che a volte compaiono solo mesi dopo essere state dissotterrate. I saccheggi sono stati aggravati da guerre e povertà, e ora dalla crisi Covid-19. Purtroppo gli Stati spesso non hanno né i mezzi né la volontà per contrastare questa piaga».

L’11 novembre il Cinoa ha inviato una lettera ad Audrey Azoulay, «pregando l’Unesco di smetterla di citare cifre fasulle» e «sostenendo l’istituzione di un forum internazionale, sotto l’egida dell’Unesco e dell’Unidroit, in cui il mercato dell’arte, le forze dell’ordine e i collezionisti possano condividere informazioni e sviluppare modi efficaci per lavorare insieme nella lotta al commercio illecito».

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Vincent Noce, da Il Giornale dell'Arte numero 413, dicembre 2020

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