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Una speranza nella catastrofe tra le allegorie di Claudio Parmiggiani

Personale a cura di Sergio Risaliti negli spazi della Galleria Poggiali

Claudio Parmiggiani, «Senza titolo», 2019. Cortesia: Galleria Poggiali. Foto: Michele Sereni, Pesaro

Firenze. Il silenzio può essere così potente da abbattere i muri, e l’assenza tanto «presente» da diventare protagonista. L’uno e l’altra sono compagni di strada di Claudio Parmiggiani che, arrivato a Firenze, ha preso subito possesso degli spazi della Galleria Poggiali, dov’è allestita, sino al 29 ottobre, una sua personale. «La prima cosa che ho fatto è stata pensare di dare un centro a questo luogo», spiega l’artista emiliano (1943) tra le sue opere allestite nella sale, radicalmente rivisitate, di via della Scala 35.

Qui ha la sua sede principale (le altre sono a Milano e a Pietrasanta) la galleria fondata nel 1984 da Alessandro Poggiali (1948), cui si sono affiancati nel tempo i figli Lorenzo, 42 anni, e Marco, 39. E il centro, Parmiggiani, lo ha voluto a tutti i costi, anche mutando il percorso di visita tradizionale, perché il centro appartiene allo spazio e, come egli stesso, ha scritto, «lo spazio circostante l’opera è parte fisica dell’opera». E siccome «l’opera è una creatura vivente, nel contatto con nuovi spazi si carica di interrogativi».

Convivono, in questa mostra fortemente voluta dai Poggiali e curata da Sergio Risaliti, direttore a Firenze del Museo Novecento, l’interrogazione e la certezza, quest’ultima data dal rapporto stesso con lo spazio, anche quello culturale, di un luogo. Non a caso il visitatore è accolto dal calco in ghisa di un cuore umano stretto nella morsa di un’impalcatura che poggia con forza su un libro: se quel libro è la Divina Commedia e se il cuore è posto all’altezza dello sguardo di chi intraprende un percorso tra le allegorie care a Parmiggiani, il significato affiora con inequivocabile chiarezza, poiché questa è la città in cui gli artisti, con la prospettiva, teorizzarono un ordine con cui interpretare il mondo, e la poesia divenne esperienza cognitiva e mistica.

Lo è anche una mostra in cui le opere, come i personaggi danteschi, sono presenze cui porre domande. C’è tutto Parmiggiani, con i suoi rovelli di sempre, in queste sale: ecco il tempo, scandito da una sveglia posta accanto al calco di una testa classica; ecco la malinconia, incarnata nel torso femminile di una scultura classica che si strugge al calore di una lampada a petrolio, quella che ha illuminato, ha scritto l’autore, le sue notti trascorse a disegnare e a dipingere, ma forse anche quella portata da una bambina a illuminare la notte perenne del Minotauro cieco di Picasso.

La lampada come ossimoro: la luce è conoscenza, ma la conoscenza, da sempre, è compagna del dolore. La campana appesa al contrario per la sua «lingua» (il batacchio), stretto da una fune, richiama alla mente la «mordacchia» che imponeva crudelmente il silenzio agli eretici condotti al rogo, come Giordano Bruno: un urlo strozzato che introduce alla sala del silenzio e della memoria, quella delle «delocazioni», le impronte in negativo lasciate da libri, un quadro, una clessidra in un ambiente in cui un altro rogo ha prodotto un fumo, elemento rivelatore di corpi e oggetti anche nella loro assenza.

La mostra è un susseguirsi di pensosi silenzi e di schianti, di pause meditative e improvvisi traumi (come la fiamma che ha perforato, come una stimmata, il palmo di una mano). L’ultimo, definitivo shock, è quello causato da un’opera esposta alla Biennale del 2015, che qui ha trovato un più idoneo spazio. Si tratta di una crocifissione più eretica che laica, parto di una mente ispirata da Una fede in niente ma totale (con questo titolo gli scritti dell’artista sono ripubblicati per l’occasione da Le Lettere) che, nella Firenze del Cristo di Cimabue piagato dalle acque dell’Arno nel 1966, prende forma in un’àncora capovolta.

Sfondato un cristallo e il muro retrostante, essa si conficca e si aggrappa a quel varco. La si vede nel vicino spazio di via Benedetta, tramutato in una sorta di navata per questo «gesto» nel quale convivono catastrofe e speranza. Tra il «mare dei ghiacci» creato dalle schegge di quel cristallo, Parmiggiani naviga ad anni luce di distanza dal «vetrinismo» che sottende a tanta arte installativa e concettuale.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019


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