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Una luminosità e una finezza di stesura insospettabili

I capolavori meno conosciuti a Capodimonte | L’«Adorazione» di Luca Signorelli

L'«Adorazione del Bambino» di Luca Signorelli. Napoli, Museo di Capodimonte

Impossibile spiegare a chi non lo provi il piacere di compilare elenchi di dischi, libri o film senza i quali non si può vivere. La rete ne è piena ma il gioco, soggettivo per definizione, era già partito in epoca di cartaceo. Anche a Capodimonte stilare la classifica dei quadri più belli è un cimento sciocco e sciccoso nel quale ci siamo impegnati a lungo e in tanti (il «Clemente VII» di Sebastiano del Piombo? Il «Giovane» di Rosso Fiorentino? Il triplo ritratto di Tiziano o la «Trasfigurazione»? Giusto per limitarci al primo piano). Subito dopo o, prima, potrebbe rivelarsi non meno spassoso stilare la playlist dei quadri che lasceremmo al loro posto potendo rubare tutti gli altri. Una specie di canone al rovescio (in qualche modo più rischioso e, soprattutto, compromettente per chi si esponga fino a tanto).

A rigor di popolo il primo quadro, tra gli esposti, a guidare la classifica di quelli meritevoli di oblio è (ma dopo l’ultimo eccellente restauro si dovrebbe dire era) la tavola del Signorelli. Dinanzi al dipinto di collezione Farnese collocato, di solito, allo scadere del Quattrocento, il commento più benigno che rimbalza è: «mestarello». E davvero non si può negare che, qui, il pittore risulti ispido e legnoso. Il manto della Vergine è una tavola di compensato. San Giuseppe avrà qualche difficoltà alle giunture nel rialzarsi. Il Bambino in primo piano è ossuto e di cattivo umore. Per non parlare dei due angeli benedicenti: appiccicati con le puntine e fuori scala.

Le cose si mettono a funzionare nei dettagli di sfondo. Però anche qui: il paese con gli spuntoni rocciosi, i capricci antichizzanti e i viandanti (degli animali esotici riparleremo), sono tutti elementi che non vanno a comporsi in un insieme luminoso e coerente (come avviene in Raffaello o nel miglior Pinturicchio). Persino bue e asinello sembrano poco convinti della fuga di colonne e capitelli pseudo corinzi allegata alla capanna.

D’accordo, Signorelli, con buona pace di Berenson che attribuì il dipinto, ha fatto di meglio; e non solo nei celebri murali del Duomo di Orvieto. Il punto è che il maestro cortonese è uno di quelli che, quando è bello, non ce n’è (quasi) per nessuno; ma nelle giornate di pioggia inserisce il pilota automatico demandando il grosso del lavoro agli aiuti. La convincente divisione suggerita da Roberto Longhi tra qualità e industria per legittimare la discontinuità di artisti anche grandi (da Taddeo Gaddi a finire con il Perugino; a noi viene in mente un napoletano come il seicentesco Andrea Vaccaro) si adatta bene anche al Signorelli che, nato nel 1480, visse operosamente fino al 1523: superato, tra ritardo e mortificazione, dalle avanguardie del primo quarto del secolo. Il seguito pierfrancescano, dove lo si arruola di diritto, riserva altre sorprese: non è un segreto per nessuno che il maggior talento della Toscana meridionale dopo Piero non sia Luca Signorelli, bensì Bartolomeo della Gatta. Che a Capodimonte manca.

Perché, allora, trattare della tavola in questa miniantologia di capolavori sconosciuti di Capodimonte? Per due motivi: il primo è personale. Il secondo, più importante, è indotto dal restauro che, come minimo, ci obbliga a un riesame del giudizio. Il Signorelli di Capodimonte ha rivelato passi una luminosità e una finezza di stesura sin qui insospettabili. Quanto a me, per molti anni mi ero vantato con i miei allievi di conoscere a memoria gli angoli brillanti o i recessi segreti di Capodimonte. Avrei potuto battezzarlo da cima a fondo, depositi compresi… e tutti loro a crederci o a far finta di.

Finché un giorno succede che, in chiusura di lezione, una ragazza armata di smartphone e sorrisetto canaglia mi si avvicina con la riproduzione d’una giraffa e un cammello. «Professore, sa riconoscere il quadro da cui è tratto questo dettaglio?». Ed io che annaspo cercando di radunare i primi animali del serraglio quattro o cinquecentesco che mi vengano in mente. Ma niente: non è Pinturicchio a Spello, non è la Piccolomini. Boh. Quel nome non riemerge per la buona ragione che l’«Adorazione» è il classico quadro che ho visto mille volte senza mai guardarlo. Ma Signorelli merita attenzione. A Capodimonte non si finisce mai di scavare. Come nelle lacune della mia ignoranza.

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Stefano Causa, edizione online, 19 giugno 2020



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