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Giusi Diana
Leggi i suoi articoliL’installazione di Maria Cristina Finucci per tutelare gli oceani
Dal 24 settembre l’isola di Mozia in provincia di Trapani ospita l’installazione ambientale «L’età della plastica» di Maria Cristina Finucci. Promossa e realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo in collaborazione con la Fondazione Whitaker, l’opera fa parte del più ampio progetto «Wasteland-The Garbage Patch State» ideato dall’artista toscana (classe 1956), curato da Paola Pardini e avviato nel 2013.
L’installazione ideata per Mozia da Maria Cristina Finucci è costituita da 2,5 milioni di tappi usati di plastica colorata, assemblati manualmente a formare la parola «help». L’obiettivo del progetto «Wasteland-The Garbage Patch State» è quello di utilizzare l’arte per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle «Garbage Patch», ossia le enormi isole fatte di rifiuti in plastica galleggianti che inquinano gli oceani di tutto il mondo.
L’agenzia ambientale governativa americana Noaa ha calcolato che queste isole di plastica occupano complessivamente una superficie pari a 16 milioni di chilometri quadrati, con inevitabili disastrose conseguenze per tutto l’ecosistema marino. Negli oceani, infatti, la plastica tende a frammentarsi, entrando nella catena alimentare dei pesci. Viste le gigantesche dimensioni del fenomeno, invisibile però a occhio nudo, attraverso il suo progetto la Finucci dà a esso lo status di una nazione, la cui esistenza viene comunicata attraverso installazioni e performance. Si tratta dunque della rappresentazione creativa di una catastrofe planetaria realizzata attraverso il coinvolgimento del pubblico, delle autorità e degli studenti.
Giuseppe Barbieri e Silvia Burini, autori dei testi in catalogo, spiegano: «Con Mozia l’artista è costretta a fare i conti con un più remoto passato, con civiltà più lontane. Deve inventare una curiosa archeologia. Un progetto che è stato finora architettonico, si pensi alla creazione del Garbage Patch State Pavillion alla 55 Biennale Arte di Venezia o al MaXXI di Roma, diventa qui anche archeologico. Non è un caso che una delle sedi dell’esposizione di Mozia sia il Museo Whitaker, dove attraverso detriti incorruttibili e reperti possiamo scoprire l’ambiguità della plastica e il suo impatto sulla vita dell’uomo».
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