Una formidabile capacità di condividere il sapere attraverso la narrazione

La storica dell’arte Cristina Acidini ripercorre la vita e il «cursus honorum» di Antonio Paolucci, dalla laurea a Firenze con Longhi e la specializzazione a Bologna con Arcangeli fino alla direzione dei Musei Vaticani

Cristina Acidini e Antonio Paolucci a una presentazione ufficiale
Cristina Acidini |  | Firenze

È mancato a Firenze, la sera del 4 febbraio 2024, Antonio Paolucci, storico dell’arte riminese per nascita ma fiorentino per scelta. Scompare con lui una personalità di assoluta e inimitabile rilevanza nel mondo della cultura, sia italiano sia internazionale.

Da storico dell’arte di grande talento e di raffinata formazione qual era, essendosi laureato a Firenze con Roberto Longhi e specializzato a Bologna con Francesco Arcangeli, avrebbe potuto intraprendere con successo qualsiasi carriera di ricercatore, di docente, di scrittore: ma scelse di dedicare tutta la sua inesauribile energia intellettuale e fisica alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio culturale, e specialmente storico artistico, del nostro paese.
Vincitore di concorso di ispettore storico dell’arte del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1969, entrò nella Soprintendenza di Firenze e vi rimase finché assunse incarichi di soprintendente a Venezia, Verona e Mantova, dal 1980 al 1986.

Nei primi anni fiorentini ebbe tra i suoi molteplici incarichi la vicedirezione del Museo Nazionale del Bargello, che gli suscitò un amore duraturo per la scultura, e la direzione dell’Ufficio Catalogo, dedicato alla schedatura dei beni storico-artistici del territorio: vale a dire, conservati fuori dai musei, negli edifici ecclesiastici e civili delle due province di competenza, Firenze e Pistoia, divenute poi tre con Prato.

Quel suo ufficio annidato nel Complesso Vasariano degli Uffizi divenne per molti giovani, me compresa, il punto di riferimento per la conoscenza diretta dei beni culturali onnipresenti nei nostri territori, dal più remoto al più centrale, dalla comune suppellettile liturgica al capolavoro: un’insostituibile palestra di esercitazioni dal vero sulle materie, le tecniche, gli stili degli oggetti d’arte. Corrispondeva in pieno alla visione di Paolucci del patrimonio artistico come tratto identitario del nostro paese, e dell’Italia come «museo diffuso».

Di ritorno a Firenze, dal 1986 al 1988 diresse l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dove, oltre a coordinare gli interventi e le ricerche nel campo del restauro, scrisse la storia dei Laboratori di Restauro presso la Fortezza da Basso. Nel 1988 divenne Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze, Prato e Pistoia, dedicando il suo impegno ai musei di Stato sia al territorio ed esercitando su tutto quella tutela che, a suo dire, era l'architrave della normativa italiana in materia di beni culturali; senza dimenticare la sua partecipazione alla politica cittadina, come consigliere comunale. Dal 1991 ebbi la fortuna di affiancarlo nel ruolo di Soprintendente vicario.

Di quella Soprintendenza, Paolucci visse e guidò la trasformazione in «Polo Museale», il complesso autonomo dei musei statali d’arte rimasto in essere fino alla riforma del 2014, che annoverava le Gallerie degli Uffizi e dell’Accademia, il Museo Nazionale del Bargello, i Musei di Palazzo Pitti col Giardino di Boboli e altri ancora, in un sistema equilibrato che provvedeva alle esigenze dei grandi istituti museali, così come dei luoghi d’arte minori.

Durante il suo mandato, durato fino al pensionamento nel 2006, dovette affrontare l’emergenza del restauro degli Uffizi dopo il tragico attentato dei Georgofili nel 1993. La partecipazione da Ministro dei Beni Culturali al «governo tecnico» presieduto da Lamberto Dini (1995-96) gli consentì di condurre in porto due imprese alle quali teneva particolarmente. La prima, a carattere nazionale, fu la conversione del titolo d’ingresso nei musei statali da «tassa» a «biglietto»: un’innovazione in apparenza burocratica, che però riuscì ad aprire la strada dell’autonomia amministrativa dei musei, tuttora vivacemente perseguita. La seconda, dedicata a Firenze, fu il riscatto e l’acquisizione allo Stato dell’eccellente complesso di terreni, edifici e oggetti d’arte noto come «Eredità Bardini», che era rimasto bloccato da una capziosa clausola testamentaria.

Diede anche avvio alla Commissione per lo studio del progetto dei «Nuovi Uffizi», secondo l’aggiornata intitolazione di un progetto di ampliamento della galleria nel Complesso Vasariano, che era stato vagheggiato fin dal dopoguerra con il nome «Grandi Uffizi». La messa a punto del progetto fu lunga e laboriosa, cosicché i primi cantieri divennero operativi solo nel 2006: ma quelle linee guida furono seguite da me durante il mio mandato di Soprintendente (2006-2014) e dai colleghi, portando al recupero di numerosi ambienti per le nuove sale e al decisivo miglioramento dei collegamenti verticali. Nel frattempo si era svolto il concorso per l’uscita degli Uffizi, col risultato ben noto: la vittoria dell’architetto giapponese Arata Isozaki, la sospensione del progetto, poi la ripresa, l’abbandono e le dispute surreali che tuttora intralciano il percorso corretto e lineare prefigurato da Paolucci. Istituì i servizi d’accoglienza, prima inesistenti.

Nel 2004 fu nominato direttore regionale dei Beni Culturali della Toscana, così da estendere la sua competenza a tutto l’ambito della regione. Sarebbe un compito immane elencare le attività di tutela e di valorizzazione promosse da Paolucci in tutti i musei e nel territorio dei suoi vari ambiti di competenza, nonché la sua vicepresidenza del Consiglio Superiore del Ministero. Così come il suo operoso coinvolgimento in prestigiose istituzioni culturali a Firenze (ricordo la Fondazione Longhi, la Casa Buonarroti, il Museo Horne), in Italia dalle Scuderie del Quirinale ai Musei di San Domenico a Forlì, e nei circuiti internazionali.

L’anno dopo il pensionamento, nel 2007, fu chiamato a dirigere i Musei Vaticani. Da responsabile delle molteplici collezioni pontificie, condusse iniziative specifiche (da ricordare il completamento del restauro della Cappella Paolina, con gli affreschi di Michelangelo, l’illuminazione e la climatizzazione della Cappella Sistina, il restauro di numerosi altri ambienti e capolavori d’arte) e potenziò i settori della conservazione, della didattica e dell’accoglienza, introducendo significative innovazioni.

Non si contano le sue pubblicazioni su grandi artisti del Rinascimento e su tanti altri argomenti, i premi e i riconoscimenti ricevuti, le appartenenze accademiche.

Pur parziale e incompleta, la descrizione del «cursus honorum» di Paolucci delinea di per sé il suo profilo eccezionale di studioso, di funzionario, di dirigente, di politico nel senso più alto dell’impegno civile per la «polis». Ma nulla, se non l’esperienza diretta dal vivo o tramite i media, può descrivere la sua formidabile capacità di condividere il sapere e la passione attraverso una narrazione dell’arte che univa correttezza e splendore oratorio, fascino e rigore. Convincere gli ascoltatori e se possibile entusiasmarli, questo era il suo scopo dichiarato e invariabilmente, sempre raggiunto: e faceva di lui un docente a tempo pieno, che aveva per uditorio la società intera.

A noi tutti che lo abbiamo conosciuto e frequentato, infine, restano i ricordi degli attimi di divertimento condiviso, delle sue sortite acute e spiazzanti, della sua cordiale umanità ammantata di bonario cinismo: ricordi segreti e personali, che custodiremo come tesori nella memoria e nel cuore.

L’autrice è presidentessa dell’Accademia delle Arti del Disegno, della Fondazione Casa Buonarroti, della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte «Roberto Longhi», dell’Opera di Santa Croce

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