Una Biennale troppo ancorata all’universo Biennale

Il contemporaneo sembra essersi appiattito su questioni formali o di mera presentazione grafica dei suoi cataloghi, mentre le domande realmente urgenti sulla condizione umana vengono messe in garage

«We Walked the Earth» (2022) di Uffe Isolotto, installation view, Padiglione Danimarca, Biennale Arte, Venezia. Foto Marco Cappelletti. Cortesia La Biennale di Venezia
Leonardo Caffo |  | Venezia

La Biennale Arte 2022 è da poco stata inaugurata, e anche io come molti ne ho scritto in anticipo per Fermata Terra, il sito-libro di «Il Giornale dell’Arte» in collaborazione con il Padiglione Italia. In un lungo pezzo ho provato a essere impopolare non per diletto ma per serio dubbio su ciò che sta capitando alle discipline creative. Qui, a cose fatte, provo a essere più preciso riprendendo un piccolo post che ho pubblicato sulla mia pagina Instagram (perché è ovvio che sto parlando a titolo personale e non istituzionale).

Ho visto un’intera Biennale come esercizio di stile estetico e storico-artistico (oggettivamente bellissima), compresi padiglioni molto raffinati formalmente come quello italiano, completamente disancorati a una riposta concreta a ciò che stiamo vivendo (guerre, assenza di spiritualità, epidemie continue e non finite, ecc.) e pochissimo sperimentali nei modi di presentazione di una contemporaneità che deve essere comunque un modo di anticipare forme di vita future.

Mi rattrista, ma onestamente non credo che molto di ciò che sta capitando nel design, nella moda e nelle arti mainstream aiuti neanche solo lontanamente ad affrancarsi da una retorica che da un lato è anti-occidentale in modo sciocco, con una passione per ogni minoranza possibile, dall’altro viaggia su un usato garantito fatto di femminismi o pensieri anti-coloniali già vecchi quando ne parlava Michel Foucault. Mi viene in mente un bel libro dell’amico antropologo Franco La Cecla, Elogio dell’occidente (Elèuthera, 2016), che forse tutti dovremmo andare a rileggere in questo preciso momento storico di attacco ai confini europei.

Le domande gravose della nostra epoca, come vivremo senza internet quando il suo peso ecologico sarà insostenibile (molto presto) o che cosa significa vivere in un mondo che per larga parte sarà sommerso dall’Oceano (prestissimo), sono del tutto inevase. Intanto l’Occidente artistico, anziché affrontare migrazioni da mondi con etiche completamente diverse o guerre che capovolte raccontano punti di vista che non siamo per nulla in grado di interrogare o interpretare, si prepara a una cena di gala politicamente corretta ma ancora a base di animali in via d’estinzione perché anche un’altra urgente domanda, come convivere con gli animali, sembra interessare pochissimo all’arte.

Certo, ci sono anche tentativi interessanti, e senza andare per forza all’estero penso per esempio alla recente mostra «Espressioni con frazioni» al Castello di Rivoli, dove con una buona dose di sperimentazione e punti di vista ancora difficili da calare nella fornace dell’attualismo si raccontano altri avvenire non necessariamente decifrabili nell’immediato.

Ma gli esempi sono pochi, il contemporaneo sembra essersi appiattito su questioni formali o di mera presentazione grafica dei suoi cataloghi, mentre le domande realmente urgenti sulla condizione umana vengono messe in garage: non l’ambientalismo ma l’animalismo, non il femminismo ma la fine delle identità viventi, non la transizione digitale ma lo scollegamento, non il revisionismo storico ma la fine della storia, non la moda del pensiero vegetale ma la fine del pensiero come metro di giudizio, non la forma-mostra esteticamente perfetta ma la fine dell’arte come parco giochi borghese, non la fine del miracolo italiano ma l’impossibilità stessa del miracolo.

Sono elenchi sparsi. Di artisti, designer, stilisti e curatori eccezionali ne abbiamo centinaia. Ma la mia paura è che tutto (si pensi a Documenta) si riassuma nello scambiare un curatore con un collettivo, mettere la schwa e poi attendere che la prossima bomba (penso qui, metaforicamente, al Covid) ci trovi completamente impreparati. Eppure il pensiero creativo anticipa, non commenta. Non si limita a dire cosa è giustificato, ma reinventa del tutto la giustizia. L’arte, il disegno del mondo o quello del corpo, sono tutti metodi per fantasticare. E la fantasia non è un atto normativo, men che meno un gesto di stile. La fantasia fa paura perché anticipa il terrore, ma è anche l’unico metodo per sopravvivere a esso.

Nel racconto della vita che verrà è possibile pretendere di più da moda, arte e design? Nel complesso, tra tanti plausi e complimenti a cui formalmente mi aggrego, rivendico il diritto di dire che questa Biennale, e anche onestamente il Padiglione del nostro paese, sono stati davvero poco interessanti e ancorati all’universo a cui l’arte deve riferirsi. Non l’attuale, bensì il modale: forse, in tutto questo bisogno di moralismo e revisionismo, anche un minimo di cultura filosofica potrebbe beneficiare a curatori e direttori artistici che verranno.

BIENNALE DI VENEZIA

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