Un tuffo nella «Lascaux dei mari»

Immersione negli spazi della Villa Méditérranée di Marsiglia che restituiscono fedelmente la straordinaria arte parietale della grotta Cosquer, in pericolo a causa dell’innalzamento del livello dell’acqua e raggiungibile solo immergendosi a 37 metri di profondità

«La Grotta Cosquer» © Kleber Rossillon&Région Provence-Alpes-Côte d’Azur
Luana De Micco |  | Marsiglia

La chiamano la «Lascaux dei mari». La grotta Cosquer, con i suoi tesori di arte parietale realizzati tra 33mila e 19mila anni fa, è nascosta nelle profondità del parco naturale delle Calanche, ai piedi della calanca della Triperie, tra Marsiglia e Cassis. Per raggiungerla bisogna essere abili sub, immergersi a 37 metri di profondità, attraversare un tunnel sottomarino di 116 m e risalire per uno stretto passaggio.

A questo punto si entra in una vasta cavità, un susseguirsi di spazi emersi, in cui si può camminare, con i piedi nell’acqua, e le cui pareti rocciose sono coperte di disegni realizzati dai nostri antenati: cavalli, bisonti, felini, specie estinte, come il «magaloceros» (cervo gigante) e, fatto inedito in questo tipo di grotte, di cui la Francia è ricca, soprattutto in Dordogna, anche fauna marina, meduse, foche e persino pinguini. E poi incisioni di motivi geometrici e impronte di mani, rosse e nere.

La grotta è praticamente inaccessibile, se non a esperti e archeologi. È anche un tesoro in pericolo, minacciato dal riscaldamento climatico e dall’innalzamento del livello del mare: un giorno, a più o meno lungo termine, il mare investirà tutta la grotta e i disegni saranno cancellati. Nel 2012 gli specialisti hanno registrato un aumento di 12 cm del livello dell’acqua all’interno della grotta. In funzione delle maree l’onda sbatte ormai regolarmente su tre cavalli che sono appena al di sopra del livello dell’acqua. La pittura sta cominciando a consumarsi e, rispetto a dieci anni fa, alcuni dettagli di un cavallo sono già persi. Saranno i primi a venire sommersi un giorno e a cancellarsi per sempre.

È iniziato dunque un lungo e complicato lavoro di documentazione e digitalizzazione dei volumi e delle pareti della grotta, con tutti i vincoli delle spedizioni subacquee, limitate a cinque ore, dipendenti dalle condizioni meteorologiche, e che oggi si è concretizzato con la realizzazione di una «copia» della grotta.

LA SCOPERTA. Archeologi e storici preferiscono parlare di «restituzione». Questa riproduzione, fedele quasi al 100%, è stata realizzata negli spazi della Villa Méditérranée, edificio disegnato da Stefano Boeri e Ivan Di Pol, inaugurato nel 2013 affianco al Mucem, a due passi dal Vieux Port, ma al quale non era stata ancora data una destinazione precisa. Un progetto per cui sono stati necessari quattro anni di studi e di lavori e un investimento di 23 milioni di euro (di cui 10 milioni finanziati dalla regione Provenza-Costa Azzurra).

A qualche giorno dalla sua apertura al pubblico, sabato 4 giugno, abbiamo potuto visitarla in anteprima. Ci accoglie Henri Cosquer in persona, che realizzò per primo la coraggiosa immersione nel 1986. Oggi la grotta che scoprì porta il suo nome: «Finalmente, dopo trent’anni, posso condividere la mia scoperta con tutti», osserva. Cosquer, sub di professione, oggi 72 anni, visitò la grotta più volte, affascinato dalle bellezze geologiche, prima di scorgere i disegni: «Un giorno, racconta, posai la lampada su una roccia, in una zona della cavità che non avevo ancora esplorato, e la lampada illuminò una mano dipinta in rosso. La prima cosa che pensai fu: qualcuno è venuto a fare dei graffiti qui? Scattai alcune foto. Qualche giorno dopo, sulle foto sviluppate vidi che le mani erano sei».

All'inizio Cosquer condivise la sua scoperta solo con la famiglia e gli amici. Scattò altre foto della grotta e realizzò un video. Ne ha fatto il suo «giardino segreto» per anni, fino a anche non si decise a rivelare la scoperta alle autorità, nel settembre 1991, dopo che tre sub morirono nel tentativo di risalire il corridoio sottomarino che porta alla grotta. Da allora delle grate impediscono l’accesso ai non addetti ai lavori. Una serie di missioni dirette dalla DRAC, la Direzione regionale degli affari culturali, affidate sin dal 1991 agli archeologi Jean Courtin e il noto Jean Clottes, permisero di autenticare il sito: l’analisi al Carbonio 14 di alcuni prelievi di carbone stabilirono che risaliva al Paleolitico.

Nel 1992 la grotta fu iscritta al registro dei monumenti storici. Gli studi continuano ancora oggi e una nuova missione è stata affidata all’archeologo Cyril Montoya. Cosquer ha collaborato con il team di esperti e tecnici che ha realizzato la copia. Vive ormai grazie alla sua scoperta: ha venduto il suo marchio e negoziato una percentuale sulle vendite dei biglietti.

LA VISITA. La visita comincia in una «cabina di immersione», un ampio ascensore che scende al livello -2 del museo, a due, tre metri sotto il livello del mare. Sulle pareti, o schermo indica alcuni dati, temperatura, pressione, velocità. Delle immagini di fondi marini scorrono su monitor-oblò simulando l’immersione. Una volta arrivati nel sottosuolo, i visitatori vengono fatti imbarcare a bordo di «moduli di esplorazione», veicoli elettrificati a sei posti, che partono, l’uno dopo l’altro, nel buio, silenziosi.

Inizia così la visita, che si fa con l’audioguida e dura 35 minuti. La prima sala è chiamata «La plage», la spiaggia: è qui che Cosquer emerse per la prima volta. Quello che colpisce è l'architettura geologica della grotta, una sinfonia di migliaia di concrezioni di calcite di forme diverse e colonne di stalagmiti e stalattiti. I veicoli procedono e ci s’imbatte nei primi disegni: tre cavalli disegnati con pigmenti di carbone di legna che si riflettono nell’acqua.

Il tunnel si restringe e si entra nella seconda sala: qui si osservano i tre pinguini, due più grandi e uno più piccolo, sempre a carbone di legna. Unici nell’arte parietale, sono diventati il simbolo della grotta. A mano a mano che si procede, il visitatore viene guidato nell’osservazione dei disegni che sono via via illuminati: bisonti, altri cavalli, cervi giganti, antilopi, un felino, una foca incisa nella roccia. Ci sono anche i resti di un fuoco e un granchio intrappolato nei cristalli. Le pareti sono tappezzate di incisioni, enigmatici segni geometrici.

Si procede ancora e ci si imbatte in una folla di mani, nere e rosse, tra cui la prima scoperta da Cosquer. Alcune presentano delle dita mozzate o piegate. Ne sono state contate 65, anche di donne e bambini. I veicoli procedono, non ci si può soffermare di più, il tempo fugge. La visita è cronometrata al secondo. Una volta scesi dalle navette, si sale al secondo piano, alla Galerie de la Méditerranée, dove sono allestite le riproduzioni, a grandezza naturale, di alcune specie animali presenti nella grotta.

Il percorso spiega l’impatto dell’innalzamento del livello del mare sul sito. Il paesaggio e il clima della Provenza erano molto diversi più di 30mila anni fa, all’epoca dell'ultima glaciazione. Le temperature erano fredde e il paesaggio stepposo. Questo spiega la presenza dei pinguini. Il livello del mare era 135 metri più basso e la riva distava dieci chilometri dalle calanche. Il Cap Morgiou era dunque un promontorio, ricco di cavità, nelle quali i nostri antenati entravano a piedi, non a nuoto.

«Il riscaldamento climatico è iniziato circa 10mila anni fa, provocando lo scioglimento dei ghiacciai e quindi l’innalzamento dei mari, spiega Gabriel Beraha, responsabile scientifico e culturale della grotta Cosquer. È un fenomeno naturale, inevitabile, ma che si sta accelerando da alcuni anni a causa delle attività umane. Ecco perché è essenziale documentare la grotta. Più della metà è già stata sommersa e non possiamo sapere se era tutta affrescata. Al ritmo attuale per il 2130 il livello del mare sarà salito di altri 80 cm e continuerà a crescere in modo ineluttabile».

In vetrina sono esposti alcuni oggetti, tra cui delle pietre focaie, trovate sul posto, che i nostri antenati usavano per incidere. Si sa che gli uomini non vissero mai nella grotta Cosquer: «Si suppone che fosse una grotta-santuario, spiega Beraha, un luogo dove gli uomini andavano per produrre arte, dalla dimensione sociale e spirituale forte».

LA COPIA. La realizzazione della copia è stata una vera e propria impresa tecnologica.«La grotta vera è un po’ più grande, 2.200 metri quadrati. Ne abbiamo restituito l’80%, 1.750 metri quadrati per poterla fare entrare nei limiti dello spazio che avevamo a disposizione. Mostriamo il 100% delle pareti dipinte e il 90% delle pareti incise», spiega Laurent Delbos, responsabile del progetto presso la società Kléber-Rossillon, che gestisce il sito.

In un primo tempo sono state realizzate centinaia di scansioni della grotta. La missione, iniziata nel 2010, è stata affidata dalla DRAC alla società Fugro, intervenuta sul posto con dei laser-scan. È stato così possibile realizzare un clone digitale esatto della grotta. In tutto 513 figure sono state identificate. Lo spazio della grotta è stato suddiviso poi in sei «pannelli». L’atelier Artiste du Béton, di Mormant, ha costruito lo scheletro d’acciaio su cui poggia tutta la struttura.

A Montignac, nell’atelier Arc & Os di Alain Dalis sono stati realizzati i calchi di resina della pareti. L’atelier di Stéphane Gérard, a Parigi, ha riprodotto gli elementi geologici della grotta, mentre nel laboratorio Déco Diffusion di Gilles Tosello e Bernard Toffoletti, a Tolosa, sono state riprodotte le pitture, con tecniche e pigmenti più vicini possibili a quelli utilizzati dai nostri antenati.

In Francia il turismo «preistorico» riscuote un certo successo e il Paese sta sviluppando un certo savoir-faire in materia di «restituzioni» di grotte preistoriche, sin dalla realizzazione nel 1983 di Lascaux II, copia della grotta, scoperta in Dordogna nel 1940, famosa per i suoi affreschi di 17mila anni, e chiusa al pubblico nel 1963 perché minacciata dalle muffe. Nel 2015 è stata inaugurata Chauvet II, copia esatta della grotta originale scoperta nel 1994 a Vallon-Pont-d’Arc, ma mai aperta al pubblico per proteggere le sue opere di 36mila anni fa.

Nel 2016 è stata inaugurata Lascaux IV, copia in scala 1:1 della grotta originale. Il team che ha lavorato su Cosquer II è lo stesso che ha realizzato Chauvet II, che ha accolto 350mila visitatori nel 2019, prima della pandemia. Gli organizzatori di Cosquer II sperano di fare meglio, anche perché la riproduzione, a differenza delle altre, in centro a Marsiglia, è più facile da raggiungere: l’obiettivo è di accogliere 800mila visitatori il primo anno, 500mila i successivi. La città spera che diventi la sua «Tour Eiffel».

© Riproduzione riservata «Dettaglio della Grotta Cosquer» © Kleber Rossillon&Région Provence-Alpes-Côte d’Azur «Dettaglio del pannello con mani nere» © Kleber Rossillon&Région Provence-Alpes-Côte-d'Azur «Vista sui moduli della grotta» Foto di Luana De Micco
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