Un tè sulle piramidi

Come si viaggiava e villeggiava nella Belle Epoque

Marco Riccòmini |

Sfogliare La moda della vacanza ha un po’ il sapore che potrebbe avere avventurarsi armati di torcia nell’ombrosa soffitta dello chalet in stile alpino in Riviera ricevuto in eredità da una lontana zia. Un cappello di paglia, un ombrellino dal manico in ebano, una sedia da campo, una pila di Guides Bleus e un trunk da viaggio con gli angoli rinforzati in ottone, decorato da alcune slavate etichette di hotel dal nome esotico.

«Io non ho mai aspirato a essere un grande viaggiatore», ammetteva Evelyn Waugh e, forse, neppure voi e neanche vostra zia che, interrogata a proposito, avrebbe risposto con un sorriso alzando le spalle, ricoperte da una stola di volpe nera. In effetti, la Guide OrangeSous la direction de Martinì et Francesconi»), fresca di stampa, spiega come nella Belle Époque e anche oltre, fino almeno allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si viaggiava (e villeggiava) «perché veniva naturale farlo».

E per i più intrepidi, non affetti dall’incurabile febbre delle terme, si aprivano le porte del misterioso Oriente. A cominciare da quello vicino, ossia dal Maghreb, da Marrakech ad Algeri fino all’Egitto, per lungo tempo «il sogno e la meta di tutti gli esotismi».

A patto, però, di ritrovarvi lo stesso confort di casa, al Raffles di Singapore, all’Oriental di Bangkok, il Taj Mahal di Bombay. Ma, come sembrano suggerire gli autori di questo libro très chic, fatelo con stile; se leggete dal divano di casa abbiate almeno l’accortezza di rivestirlo di uno scialle paisley e indossate, magari, un caftano acquistato al Khan el-Khalili.

La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939, di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, 354 pp., ill. col. e b/n, Einaudi, Torino 2021, € 34

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