Un progetto pilota salva l’Abbazia di Pomposa

I lavori sugli affreschi del Tre e Quattrocento sono affrontati a tappe: un intervento avviato nel 2010 ha già salvato parte dell’immenso e degradato ciclo pittorico del sito Unesco

Veduta aerea del complesso monumentale dell’Abbazia di Pomposa Il Crocifisso ligneo del Trecento in restauro Il «Giudizio Universale» affrescato nell’Abbazia Veduta dell’interno dell’Abbazia di Pomposa verso l’abside L’«Ultima Cena» affrescata nell’Abbazia Uno scorcio di interni dell’Abbazia
Tina Lepri |  | Codigoro

A poche settimane dall’inizio di una nuova fase di restauro degli affreschi e del crocifisso trecentesco della Chiesa di Santa Maria rivestita di pitture in forte degrado, «stiamo procedendo con i primi saggi di pulitura», annuncia l’architetta Serena Ciliani, direttrice del Complesso monumentale dell’Abbazia di Pomposa, sito Unesco dal 1999. «Oggi si interviene su un’area della navata sinistra, coperta in gran parte da pitture murali del XIV e XV secolo ma che nascondono altre figure a secco».

La Chiesa di Santa Maria, che fa parte del nucleo più antico di uno dei complessi benedettini più grandiosi d’Europa fondato nel IX secolo, ha tre navate divise da colonne romane e bizantine e un prezioso pavimento di marmo in opus sectile. Fu tra 1300 e 1500 che la chiesa acquistò l’aspetto attuale con le pareti affrescate con le storie dell’Antico e Nuovo Testamento e dell’Apocalisse di Giovanni.

L’abbazia comprende diversi edifici, capolavori dell’arte romanica, sui quali svetta il campanile alto 48 metri progettato nel 1063 da Deusdetit. Qui soggiornarono Guido d’Arezzo, inventore delle note musicali e del pentagramma, poi Dante e Giotto. Nel 1600 il declino, l’abbandono fino alla messa all’asta nel 1802, epoca in cui la depredata Abbazia era usata come stalla.

Nel 1930 iniziò il recupero ma soltanto nel 1956 vi fu la scoperta decisiva: i cicli pittorici del 1300 della scuola di Vitale da Bologna non erano spariti ma nascosti da uno strato di calce, forse del 1800. «Se oggi stiamo salvando e restaurando questi preziosi affreschi lo dobbiamo anche al restauratore, Guido Gregorietti, primo direttore del Museo Poldi Pezzoli, che non si era mai rassegnato alla loro scomparsa», precisano i restauratori dei laboratori dell’Università di Bologna che operano sotto la direzione della Soprintendenza.

Lo scorso novembre è partita la nuova fase di restauri dopo il cantiere pilota del 2010, che non si limitava a riparare il danno, ma anche a prevenire l’ulteriore degrado già in corso e a programmare i successivi interventi del 2012 e 2014, su pareti e affreschi danneggiati dall’umidità.

Oggi è nelle mani dei restauratori anche il crocifisso ligneo del Trecento, aggredito dai tarli e con distacchi di gesso e strati di colore; dopo il consolidamento e le integrazioni verrà ricollocato in chiesa. Con i primi interventi sugli affreschi delle navate laterali partì quell’importante cantiere pilota che prosegue a tappe.

A Pomposa si sperimenta un diverso approccio al restauro: un programma pluriennale che prevede una manutenzione costante per evitare futuri grandi cantieri. Obiettivo primario del lavoro di ricerca è stato sia studiare e intervenire sullo stato dei precedenti restauri, sia investigare le diverse tecniche esecutive dei dipinti.

Gli esami autoptici hanno rilevato gravi stati di precarietà: molte pitture sulle quali si è già intervenuti sono offuscate da strati di depositi ed efflorescenze biancastre; sono inoltre visibili profonde fessure e incisioni a graffito fatte a martello sui dipinti dell’XI secolo per «agganciare» l’intonaco del XIV secolo. A ogni intervento, compreso quello appena partito, si tiene conto delle precedenti indagini termografiche che verificano l’integrità strutturale dei dipinti e delle murature di supporto insieme alla ricca documentazione grafica e fotografica.

Questo per una visione globale della superficie pittorica dove, in molti punti, sono stati rilevate irregolarità, abrasioni ma anche interessanti tracce dei disegni preparatori. «È possibile che questi lavori, oltre ad assicurare la conservazione delle pitture portino a nuove scoperte», afferma Serena Ciliani.

«Ogni restauro è una sfida e un azzardo, richiede conoscenze ma anche coraggio. Cerchiamo di dare al passato un po’ del senso perduto, non solo attraverso la forma ma restituendo coscienza e valori», aggiunge Giorgio Cozzolino della Direzione Regionale Musei dell’Emilia-Romagna.

Come negli interventi precedenti, il gruppo di lavoro è composto dall’architetto Keoma Ambrogio e dai restauratori diretti da Giovanni Giannelli. I lavori dovrebbero concludersi nei prossimi mesi.

© Riproduzione riservata Veduta della navata centrale dell’Abbazia verso l’ingresso dell’edificio
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