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Mostre

Un pacco da Christo

Slitta l’intervento sull’Arc de Triomphe, ma nel frattempo c’è la mostra

«Petit cheval empaqueté» (1963) di Christo. © Christo 1963, foto Dirk Bakker

Parigi. Dopo il Pont Neuf nel 1985, il nuovo progetto di Christo per Parigi è «imballare» l’Arco di Trionfo. Ma la performance, annunciata in un primo tempo per questo mese, è stata rinviata a settembre (19 settembre-4 ottobre). Nell’attesa, si apre il 18 marzo al Centre Pompidou la mostra «Christo et Jeanne-Claude. Paris!» che, fino al 15 giugno, racconta gli anni parigini del duo di Land artisti: dal 1958, anno del loro incontro, al 1964, anno del trasferimento a New York. Di questo periodo sono esposte un’ottantina di opere realizzate nell’atelier di Gentilly, presso Parigi, dove Christo comincia a «impacchettare» oggetti del quotidiano e a lavorare le superfici, realizzando i «Crateri», tele dai colori «materici» ispirate a Dubuffet. Nel ’61, mentre a Berlino si costruiva il muro, il duo assembla un muro di 89 barili in una strada di Parigi. La mostra, curata da Sophie Duplaix, conservatrice per le collezioni d’arte contemporanea al Musée d’art moderne del Centre Pompidou, in stretta collaborazione con Christo, che continua a lavorare da solo dopo la morte della moglie nel 2009, presenta poi un focus sul progetto per il Pont Neuf, nato già nel 1975, con i primi studi, le foto dei lavori e una quarantina di disegni e collage.

Cina - Africa e le storie naturali di Wols
Altre mostre si aprono questo mese al Centre Pompidou, che da febbraio propone in più un nuovo percorso di visita, il #PompidouVip, dove Vip sta per «Very Important Pieces», una passeggiata attraverso le opere «icone» del museo, tra cui la «Musa addormentata» di Brancusi e i «Bleus» di Miró, scelte perché diventino «portavoce» del museo nel mondo
La mostra «Cina Africa», dal 4 marzo al 18 maggio, testimonia l’interesse di lunga data del Pompidou per le arti non occidentali. Citatissima la rassegna del 1989 sull’arte contemporanea africana «Les Magiciens de la Terre» , curata da Jean-Hubert Martin. Nel 2005 Parigi era stata una tappa della rassegna «Africa Remix» (itinerante dal 2004 al 2007). Si aggiunga poi che con l’apertura del Centre Pompidou Shanghai, lo scorso novembre, il museo si sta interessando anche di più alla scena cinese (fino al 27 aprile è presentata la monografica «Yuan Jai»). Questa volta analizza attraverso gli occhi di una decina di artisti (non solo cinesi e africani) le relazioni politiche, ideologiche ed economiche che si sono sviluppate tra l’Africa e la Cina negli ultimi decenni: «Che tipo di nuove realtà potranno nascere da questo incontro transculturale?», si chiede il museo. L’installazione di Anawana Haloba (1978, Zambia) restituisce in modo poetico la nascita di una linea ferroviaria in Zambia costruita dalla Cina. I lavori di Pratchaya Phinthong (1974, Thailandia) e Yonamine (1975, Angola) si interessano alle trasformazioni economiche, mentre Marie Voignier (1974, Francia) e Wang Bing (1967, Cina) ai risvolti sociali delle relazioni sino-africane. François-Xavier Gbré (1978, Costa d’Avorio) si interroga sul passato coloniale dell’Africa. Anche Kiluanji Kia Henda (1979, Angola) lavora sulla memoria mettendo in scena l’antilope impagliata del Museo di storia naturale di Luanda, simbolo dell’Angola. Musquiqui Chihying (1985, Taiwan) propone una moneta sonora come alternativa al franco africano CFA, mentre Binelde Hyrcan (1983, Angola) s’ispira all’antica leggenda cinese di Wan Hu per raccontare il fallimento della politica aerospaziale del suo Paese. Dal 4 marzo al 18 maggio il Pompidou ospita anche, nella Galerie d’art graphique, la personale «Wols. Storie naturali», che riunisce più di un centinaio di opere dell’artista tedesco, pioniere della pittura informale in Europa e del tachisme, scomparso a soli 38 anni. La mostra «propone di rileggere l’opera grafica di Wols alla luce delle altre sue attività artistiche, la pittura, la fotografia, la scrittura», precisa il museo in una nota. Il Pompidou acquisì i primi acquerelli direttamente dall’artista nel 1946. Da allora la collezione si è arricchita, anche grazie a doni, di oltre cinquanta opere, manoscritti, opere grafiche e foto. Wols, il cui vero nome è Alfred Otto Wolfgang Schulze, raggiunge più volte Parigi per fuggire il regime nazista, i primi tempi con permessi di soggiorno brevi e spesso vivendo in condizioni precarie. Nel 1932 vi incontrò Fernand Léger, frequentò i surrealisti, conobbe Arp, Calder, Giacometti. Nel ’36 vi lavorò come fotografo. Nel ’39, come Max Ernst o Ernst Engel, fu internato in un campo del Sud della Francia, dove disegnò senza sosta. Nel ’45, di ritorno a Parigi, i suoi lavori furono esposti per la prima volta alla galleria René Drouin. «Benché Wols non abbia mai aderito a un’avanguardia, la sua arte, scrive ancora il museo, si radica nei movimenti artistici più rivoluzionari dell’inizio del secolo scorso: il costruttivismo del Bauhaus, la fotografia umanista, il Surrealismo. Ne emerge una sintesi originale che porta anche il marchio del romanticismo tedesco».

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020



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