Un nuovo dibattito sull’etica fotogiornalistica

Newsha Tavakolian racconta il retroscena delle immagini che hanno infiammato il web: realizzata per Medici Senza Frontiere, la serie fotografica mostra adolescenti vittime di stupro dal volto riconoscibile. Da che parte stare?

Una fotografia di Newsha Tavakolian dalla serie «Ituri, A Glimmer Through the Crack» (2021)
Tom Seymour |

Recentemente, la celebre fotografa iraniana Newsha Tavakolian, 41 anni, membro di Magnum Photos e una delle più importanti fotografe di guerra al mondo, si è difesa dalle accuse di aver violato le regole implicite dell’etica fotogiornalistica. Le fotografie della serie «Ituri. A Glimmer Through the Crack», realizzate durante un incarico per Medici Senza Frontiere nella provincia di Ituri, zona devastata dalla guerra nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, ritraggono alcune adolescenti africane vittime di stupro dal volto riconoscibile, tra cui un’adolescente di 16 anni. Il 25 agosto 2021 le immagini sono state pubblicate sul sito di MSF insieme ad un articolo scritto da Tavakolian e il progetto è stato poi condiviso da Magnum Photos il 21 aprile 2022.

Da quel momento, le fotografie sono finite sotto gli occhi di importanti attivisti sui social media, che hanno accusato Tavakolian di aver messo in una posizione scomoda le donne ritratte Jason Tanner, fotografo e insegnante di diritti umani che in passato ha lavorato per MSF, ha dichiarato a «The Art Newspaper»: «Queste immagini esisteranno per sempre sul web, etichettando i soggetti come ragazze sopravvissute ad uno stupro. MSF non crede che queste storie possano essere raccontate senza ricorrere a immagini di minorenni completamente riconoscibili?».

In seguito alle polemiche, il 13 maggio MSF ha cancellato cinque immagini della serie, comprese quelle della ragazzina in questione. In una dichiarazione rilasciata al giornale, un portavoce di MSF si è impegnato a «rivedere le linee guida interne e la loro attuazione, al fine di evitare errori di valutazione in futuro». «La sicurezza dei soggetti ritratti è fondamentale per Magnum Photos e accogliamo con favore questi importanti dibattiti, afferma un portavoce dell’agenzia. In questo caso, siamo soddisfatti che le foto di Newsha Tavakolian e il suo resoconto del viaggio nella Repubblica Democratica del Congo con MSF siano coerenti con il nostro codice etico e che, dato il contesto specifico, abbia agito in linea con le aspettative di Magnum Photos e con rispetto per le persone che ha fotografato».

Nel saggio scritto a corredo dell’incarico fotografico, parlando delle immagini della bambina, Tavakolian racconta: «Due mesi fa, mentre andava a prendere l’acqua insieme ad altre cinque donne, la ragazza è rimasta leggermente indietro per le pesanti brocche che trasportava. In quel momento è stata afferrata da tre uomini armati [e violentata]». Tavakolian ha incontrato per la prima volta quella ragazza in un centro sanitario affiliato a MSF vicino al suo villaggio. Dopo aver saputo della presenza della fotografa, la ragazza si era recata al centro con l’esplicito desiderio di testimoniare. «Voleva parlare e raccontare la sua storia, racconta Tavakolian. Era determinata a farlo».

La fotografa si dichiara delusa dal fatto che MSF abbia cancellato le immagini della ragazza. «Continuo a difendere la mia decisione. Incontrando quella ragazza, e conoscendola, ho visto in lei un tipo specifico di determinazione, quello di qualcuno che non poteva contare su un maggiorenne per condividere la verità. È per questo che ho voluto raccontare la sua storia». Prima di scattare la foto, sono state fatte delle valutazioni sul suo stato di salute, spiega Tavakolian: «Ci sono state delle conversazioni preliminari con le équipe mediche e psicologiche. Dopo aver scattato la foto, io e un funzionario della comunicazione di MSF abbiamo spiegato nuovamente alla ragazza che la sua immagine sarebbe stata utilizzata. Lei ha firmato un modulo di consenso che è stato tradotto per lei da un traduttore locale che ci accompagnava».

Tavakolian afferma che le immagini sono state realizzate in piena collaborazione con la ragazza, la quale ha dato il consenso alla loro creazione e pubblicazione. «A chi poteva chiedere il permesso se non a se stessa?, si chiede la fotografa. Non ha genitori e si prende cura lei dei suoi fratelli [...] Non è una tipica sedicenne che vive una vita da bambina in un mondo di comodità. Vive nel Congo orientale, in una zona dove lo stupro è uno strumento di guerra».

L’autrice stessa ammette di essersi confrontata con le questioni etiche che stanno dietro a questo scatto. «Per quanto riguarda il diritto di documentare un fatto, si tratta di una linea sottile: chi ha realmente il controllo su come le persone vengono rappresentate? Per me si tratta più che altro di empatia. Avrei dovuto dirle di tornare a casa senza aver raccontato la sua storia perché non aveva genitori che le dessero il consenso? A mio giudizio era forte e decisa e voleva fermamente raccontare la sua storia».

Inoltre, Tavakolian rivela di essere stata vittima di abusi sessuali nella sua vita e nella sua carriera. «Anche se la mia esperienza è incomparabile [a quella della ragazza in questione], posso capire che la vita può essere difficile in giovane età. Quando avevo 16 anni, lavoravo come fotografa in Iran per documentare eventi politici importanti. Inoltre in passato, come molte donne, ho dovuto affrontare abusi sessuali. Guardo a lei, e alle donne che hanno avuto esperienze simili, e riesco a relazionarmi a loro personalmente. Entrambe abbiamo dovuto lottare in tenera età e questo ci ha fatto crescere più in fretta».

Parlando con «The Art Newspaper», l’avvocato Sherizaan Minwalla, leader nel campo dei diritti umani, afferma: «Non capisco perché la fotografa abbia pensato che esporre una bambina in questo modo fosse la scelta giusta. È davvero un gesto problematico. Non credo che questa sia una rappresentazione dignitosa per una vittima di stupro». Minwalla è fondatrice di Taboo LLC, un’azienda di consulenza che si occupa di diritti umani. In precedenza, ha trascorso sei anni in Iraq lavorando con i sopravvissuti alle violenze sessuali per ONG come l’International Rescue Committee.

«Ogni volta che si ha a che fare con qualcuno che è stato violentato, la prima questione è ovviamente la sua sicurezza, afferma Miwalla. La presenza continua delle immagini online può mettere [la vittima] in ulteriore pericolo. Le immagini espongono in qualche modo la persona a ulteriori rischi, come eventuali ritorsioni. Poi c’è la questione del trauma e della stigmatizzazione. In questo caso, questa persona è una minorenne ed è chiaro che non ha mai seguito un processo di recupero. Bisogna chiedersi qual è il rischio per la sua sicurezza personale, in termini di salute mentale o di stigmatizzazione dalla comunità».

In risposta a queste accuse, Tavakolian afferma: «Penso che le preoccupazioni espresse siano importanti. Ma mostrano anche un doppio criterio di valutazione, che vediamo spesso in Occidente. Sherizaan Minwalla dice che il mio ritratto della ragazza, diffuso online, ha reso più insicura la sua vita nel Congo orientale. La realtà è che la ragazza in questione, e la maggior parte delle donne come lei, devono preoccuparsi di riuscire a sopravvivere al prossimo turno di raccolta dell’acqua. Vorrei che il mondo fosse davvero disposto a cercare di rendere la sua vita sicura, fermando la violenza e la povertà nel Congo orientale – violenza e povertà che hanno radici profonde nel nostro stesso colonialismo. Perché gli attivisti non scrivono contro le vere ingiustizie della disuguaglianza che sono alla base di tutto questo? Piuttosto di farlo, scelgono di avviare una campagna per cancellare l’immagine di una ragazza vittima di stupro, per mettere a tacere lei e le esperienze che ha voluto raccontare. In ogni caso, questa è comunque la mia opinione personale. Se ora MSF dice di aver giudicato male la situazione, lo rispetto».

Il dibattito attorno alle immagini di Tavakolian è l’ultima di una serie di controversie relative a immagini problematiche che hanno colpito l’agenzia Magnum Photos negli ultimi anni. Le questioni relative alla realizzazione, e talvolta alla vendita, di immagini di bambini in zone di conflitto hanno indotto la direzione di Magnum ad annunciare un processo di revisione eccezionale circa la tutela dei minori e ad impegnarsi a mettere in atto le modifiche che verranno suggerite.

Tali suggerimenti sono stati formulati dallo stesso Andrew Puddephatt, presidente della Internet Watch Foundation. Gli attivisti hanno notato che l’articolo 3 della Convenzione sui diritti del bambino afferma che: «l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione primaria». Il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (UNICEF), nel frattempo, ha pubblicato delle linee guida su come fotografare i bambini che hanno subito abusi sessuali. Le indicazioni sono inequivocabili: «cambiare sempre il nome e oscurare l’identità visiva di qualsiasi bambino che venga identificato come vittima di abuso o sfruttamento sessuale».

Ma Tavakolian non crede che si debba procedere a un’anonimizzazione generalizzata delle vittime di stupro classificate come minori. «Alcune delle molte immagini che ho scattato in Congo ritraevano persone di età inferiore ai 18 anni. Una volta consegnate a MSF, spettava a loro stabilire i limiti e decidere se pubblicarle o meno in base alle loro policy». «Nessuna regola può essere applicata a tutti i casi di stupro, aggiunge poi la fotografa. Forse nel 99% dei casi, l’immagine della vittima minorenne non dovrebbe essere condivisa pubblicamente, ma c’è sempre una piccola percentuale di casi in cui bisogna rischiare ed esporsi».

MSF ha tradizionalmente investito molto nel fotogiornalismo di conflitto ed è considerata una delle poche organizzazioni umanitarie ancora disposte a sostenere pienamente i fotografi in missione in luoghi poveri e devastati dalla guerra come la Repubblica Democratica del Congo. Le Nazioni Unite hanno registrato 15mila casi di stupro e violenza sessuale contro i bambini nelle zone di conflitto negli ultimi 15 anni, ma questa è probabilmente una frazione del numero reale. Secondo una ricerca di Ragnhild Nordas dell’Università del Michigan riportata su «The Economist», circa 72 milioni di bambini vivono in zone di guerra in cui i combattenti commettono atti di violenza sessuale sui minori. Si tratta di un numero quasi dieci volte superiore a quello del 1990.

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