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Mostre

Un’installazione globale al Pirelli HangarBicocca

Un’antologia di Giorgio Andreotta Calò in una personale curata da Roberta Tenconi

L’installazione «Anàstasis» (2018) nella Oude Kerk di Amsterdam. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto Maarten Nauw

Nel 2017 Giorgio Andreotta Calò ha rappresentato l’Italia alla 57ma Biennale di Venezia con un lavoro potente e poetico. Ora, dal 14 febbraio al 21 luglio, Pirelli HangarBicocca di Milano presenta per la prima volta un’antologia della sua ricerca nella personale curata da Roberta Tenconi «CITTÀDIMILANO»: essa stessa un’unica, coinvolgente installazione.

La ospita lo Shed, lo spazio di 1.400 metri quadrati destinato agli artisti più significativi delle nuove generazioni: «Per la prima volta molteplici lavori indagati in passato singolarmente sono presentati nella logica monumentale di un discorso corale. Condividendo uno stesso spazio, le opere possono essere mostrate attraverso i loro legami e le loro successive declinazioni e sviluppi», spiega l’artista che, nato a Venezia nel 1979, vive e lavora tra la sua città e un’altra «terra d’acqua» come l’Olanda. E proprio come «un arcipelago, i cui elementi si connettono fra loro secondo più logiche di senso», Andreotta Calò ha voluto comporre la sua mostra, creando percorsi liberi, affidati alla sensibilità di ognuno.

Polisemica e densa di stratificazioni, la sua opera è, infatti, portatrice di valenze molteplici. E il concetto stesso di «isola» si declina qui sul piano simbolico ma anche geografico, poiché i lavori presentati hanno preso forma in luoghi insulari: Venezia, la Sardegna, nell’area carbonifera del Sulcis e nella vicina isola di Sant’Antioco, e Filicudi, in Sicilia, il sito con cui si apre la mostra, che tuttavia, con un’accensione di senso inaspettata (scaturita da un’indagine dell’artista negli archivi Pirelli), si connette alla città di Milano.

Fu a Filicudi che, esattamente un secolo fa, affondò il piroscafo «Città di Milano», una nave posacavi di Pirelli. Il suo relitto è l’oggetto del video subacqueo proiettato sulla soglia, attraversando la quale i visitatori s’immergono, realmente e simbolicamente, nella mostra. Di qui in poi il racconto si dipana fluido, con continui rinvii di senso. C’è un vecchio cavo sottomarino recuperato tra Cuma e Ischia (ancora un’isola) da Prysmian, la multinazionale che ha acquisito Pirelli Cavi, che si presenta con il suo portato simbolico di trasmettitore di dati, ma anche con la sua forma, riverberata da quella dei «carotaggi», i campioni cilindrici di roccia estratti dai geologi dal sottosuolo per studiarne la composizione.

Sono esili e lunghe «colonne», qui appoggiate in gran numero a terra, negandone il naturale andamento verticale, che esibiscono le stratificazioni del Caranto, il minerale su cui poggiano da secoli le palificazioni che sorreggono Venezia, oggi a rischio di sprofondamento per effetto dell’attività umana.

Dall’ultima miniera di carbone ancora attiva, seppure per breve tempo, nel Sulcis (dove è ambientato il film «In girum imus nocte», documento del «cammino apotropaico» compiuto dall’artista con i minatori sardi in una notte d’inverno) giungono altri «carotaggi», che nei loro strati palesano lo scorrere del tempo. Ma, come quelli veneziani, anch’essi offrono allo sguardo le loro screziature di colore: «Lavorando in senso pittorico sulla loro composizione cromatica, commenta Andreotta Calò, le sculture sono ridisposte sul pavimento dello Shed in un trasfigurato paesaggio orizzontale».

Se quelle sono sculture realizzate dalla natura «per via di porre», le «Clessidre» e le «Meduse», ricavate dalle brìcole, i pali che a Venezia segnalano le vie d’acqua, sono realizzate con il legno eroso dall’acqua (seppure perfezionato dall’artista e, talora, fuso nel bronzo) e dunque create «per via di levare».

Addizione e sottrazione, verticalità e orizzontalità, tempo circolare e tempo vettoriale sono alcune delle antinomie che connotano il lavoro di Andreotta Calò, mentre è la specularità delle grandi conchiglie bivalvi della «Pinna Nobilis» (le «nacchere») ad aver affascinato l’artista, che le ha riprodotte in un materiale aulico come il bronzo. Ma, con un altro guizzo, ecco che si torna a Milano, grazie alla piccola barca, usata dall’artista nelle sue scorribande in Laguna, che nel 2008 fu protagonista dello spettacolare progetto «Volver» nella sua prima personale alla galleria Zero, allora a Lambrate.

Ora, tagliata a metà e ricomposta come fosse anch’essa un bivalve, la barca riallaccia un filo che da Milano, con un moto e un tempo circolari, qui ritorna attraverso la gigantesca stampa fotografica con cui la mostra si chiude, realizzata con il processo della stenoscopia, trasformando il Belvedere del grattacielo di Gio Ponti (già famosa sede di Pirelli) in un’enorme camera oscura e impressionando con la sola luce diurna la carta fotografica, sulla quale si delinea l’area della città verso Lambrate. Là dove tutto, a Milano, era iniziato.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


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