Un genio rinascimentale dall’humeur noire

A Palazzo Altemps l’universo enigmatico del dioscuro Savinio, fratello di de Chirico. Intervista alla curatrice Ester Coen

Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Negli ambienti cinquecenteschi di Palazzo Altemps, in dialogo con le sculture d’arte antica del Museo Nazionale Romano, fino al 13 giugno la mostra «Savinio. Incanto e mito» raccoglie 90 opere del fratello minore e compagno di tutte le avventure intellettuali di Giorgio de Chirico. La mostra è organizzata da Electa, e curata da Ester Coen. La intervistiamo.

Che forma prendono, nell’universo pittorico di Alberto Savinio, l’incanto e il mito?
L’incanto è in tutta la sua opera, ma nei dipinti variopinti con frammenti di giocattoli assemblati in fantastiche visioni, qui, in una sola grande sala, l’incantesimo si fa addirittura contemplativo e filosofico. Il mito non è solo allusivo al mondo greco o romano, è un mito ampio che affonda nei primordi dell’umanità.

È stato pittore, scrittore, compositore, uomo di teatro, critico: che cosa fu veramente Andrea de Chirico in arte Savinio?
Un intellettuale di straordinaria complessità. Se fosse vissuto nel ’400 avremmo parlato di genio rinascimentale, nel ’900 le sue intuizioni sono di sorprendente contemporaneità e chiaroveggenza.

Qual è stato il dare-avere con il fratello Giorgio?
Fino ai primi anni Trenta lo scambio è continuo tra i fratelli, identificati nei mitici dioscuri. La loro fu una corrispondenza di intenti e programmi; l’universo è comune, anche se scrutato con sguardi distinti. I carteggi testimoniano dei consigli tecnici che Giorgio dava al fratello, come anche dell’opera di intermediario che Andrea-Alberto svolse agli inizi degli anni Venti con Tzara e Breton, tra gli altri.

Qual è stato il criterio che l’ha guidata nell’allestimento?
L’allestimento è frutto di molti sopralluoghi e lunghi studi del luogo e della storia delle collezioni di arte antica. Il rapporto con il contesto non è didascalico, ma di risonanze. «Colloquio» del 1932, dialoga da lontano con il gruppo scultoreo di Oreste ed Elettra; Apollo, dio dell’arte e dell’armonia, del 1931, parla con la marmorea Calliope, musa della poesia, e rinvia nel gesto all’Hermes Logios. La Niobe del 1932 che origina da un capitello, rimanda, nell’iconografia, alla vicina ancella che suona il flauto sul lato del Trono Ludovisi, così come la resa del velo drappeggiato con cui Afrodite sorge dalle acque mi ha evocato la ritmicità del piumaggio in «Les anges batailleurs» del 1930. All’Ares Ludovisi ho accostato invece dipinti solcati da pirotecniche e caleidoscopiche sagome fulminee, che richiamano l’animo bellicoso del dio. E così via.

Tra memoria e modernità, in Savinio il collante è sempre l’ironia?
Più che di ironia in Savinio si dovrebbe parlare di humeur noire, per quella sua capacità, anche spietata, di disvelare il grottesco insito nella dimensione borghese, come nei ritratti «familiari» in cui ibrida umano e animale. È un modo di penetrare così a fondo la realtà da farne emergere l’aspetto più assurdo e perturbante.

Sappiamo ormai tutto di lui?
La sua opera multiforme ed enigmatica nasconde ancora tanti misteri. È un artista così composito che ogni volta che lo si avvicina lascia trasparire aspetti celati, sempre nuovi.

Qual è la patria di Savinio, la Grecia dell’infanzia, la Francia dei lunghi soggiorni o l’Italia?
Tutte e nessuna. È un apolide che trova casa nella memoria, una memoria labirintica che risale alle origini del mondo, che cattura tutti quei luoghi e li diffonde attraverso fantastici rispecchiamenti.

Per la mostra non ha concepito un catalogo, ma un’enciclopedia con 107 lemmi ispirati all’arte e alla vita di Savinio, svolti da esperti di tutte le discipline: è un modo saviniano di raccontare l’universo di Savinio?
Forse, citando uno degli eruditi autori di questo volume, è una «creatura che starà facendo sorridere sotto i baffi il vecchio Savinio».

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