Un’Aurora lunga 23 giornate, affrescata e dipinta

Laura Cibrario e Fabiola Jatta ripercorrono le tappe del restauro del celebre affresco di Guido Reni che viene presentato un mese prima della mostra alla Galleria Borghese

Laura Cibrario e Fabiola Jatta al lavoro sull'«Aurora» di Guido Reni. Foto Luca Fabiani L'«Aurora» di Guido Reni durante il restauro. Foto Michela Bassi Un particolare dell'«Aurora» di Guido Reni durante il restauro. Foto Mauro Coen
Arianna Antoniutti |  | Roma

L’8 febbraio sarà presentato l’esito del restauro eseguito su uno dei più straordinari affreschi del Seicento, non solo romano, L’«Aurora» Pallavicini di Guido Reni. L’opera fu dipinta dal pittore bolognese nel 1614 per il Casino di Scipione Borghese, fatto edificare dal cardinale con progetto di Giovanni Vasanzio su quanto restava delle Terme di Costantino al Quirinale, passato di proprietà nel 1704 ai Pallavicini Rospigliosi e comunemente noto come Casino dell’Aurora (ma da non confondersi con il Casino dell’Aurora Boncompagni Ludovisi che prende il nome dall’Aurora di «Guercino» ed è attualmente all’onore delle cronache per la vendita all’asta).

La presentazione del restauro avverrà alla presenza del ministro della Cultura Dario Franceschini, della soprintendente speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma Daniela Porro, della direttrice della Galleria Borghese Francesca Cappelletti, del capo Dipartimento di pittura italiana e francese del Prado David García Cueto e delle restauratrici Laura Cibrario e Fabiola Jatta. A loro abbiamo chiesto di illustrarci le fasi dell’intervento (commissionato dalla principessa Maria Camilla Pallavicini) che ha consentito non solo di operare sulle criticità conservative dell’opera, ma anche di approfondirne la tecnica esecutiva e le vicende nel corso dei secoli.

Quali erano le condizioni dell’affresco? Perché si è deciso di intervenire?
Dopo aver eseguito una serie di indagini preliminari, non appena avviato il restauro lo stato di conservazione del dipinto murale è risultato più critico di quanto stimato inizialmente. Quello che sembrava essere il danno importante che ha mosso la committenza a decidere di intervenire, ossia alcuni sbiancamenti in prossimità del carro di Apollo che dal basso potevano sembrare cadute della pellicola pittorica originale, si sono in realtà rivelati efflorescenze saline dovute alla presenza di vecchie stuccature di restauro. Ma da subito ci siamo rese conto che i maggiori problemi conservativi riguardavano non tanto il supporto murario, quanto la pellicola pittorica, alterata nei suoi originali valori tonali per danni che offuscavano la ricca e brillante tavolozza di Reni: la presenza diffusa di un deposito superficiale coerente, le numerose ridipinture alterate, spesso presenti anche sull’originale, e la presenza di un protettivo alterato.

L’affresco era già stato restaurato?
Sebbene tutte le guide e i trattati abbiano sempre descritto questo dipinto in perfetto stato di conservazione, nel corso del nostro intervento abbiamo potuto individuare almeno tre importanti restauri prima del nostro, che si sono ripetuti circa ogni mezzo secolo a partire dal 1850. Le datazioni di questi sono state dedotte, in parte, grazie alle notizie di archivio da noi rinvenute; per il resto ci sono state d’aiuto le numerose fotografie storiche, i dati oggettivi desunti durante il restauro e la memoria storica di colleghi restauratori. Il primo fu probabilmente realizzato intorno al 1849, quando il tetto del Casino dell’Aurora venne colpito da una palla di cannone sparata dall’artiglieria francese a seguito dei moti rivoluzionari. Forse fu dopo questi danni che vennero inserite nell’intonaco dell’affresco 125 grappe di bronzo, allo scopo di consolidare e ancorare l’intonaco lesionato al supporto. Tali grappe, soltanto in minima parte visibili prima dell’attuale restauro, erano state alloggiate nel massetto con estrema cura, evitando attentamente i volti e gli incarnati, a dimostrazione di un particolare rispetto per l’opera dell’artista bolognese. Il secondo importante restauro, reso necessario dalla presenza di diffusi danni superficiali, come attestano le fotografie storiche e alcuni documenti di archivio, venne verosimilmente realizzato tra il 1923 e il 1928. Probabilmente nel corso di questo secondo intervento vennero inserite altre nove grappe metalliche, ben visibili sulla superficie pittorica perché costituite da lastre metalliche ovoidali che coprivano la pellicola pittorica originale. La stessa tipologia di grappe è presente nel Casino dell’Aurora sui dipinti parietali, eseguiti dal Tempesta e da Cherubino Alberti, subito sotto l’affresco di Reni. Grazie al collega Carlo Giantomassi abbiamo potuto datare il terzo importante restauro agli anni ’70 e attribuirlo a Luciano Maranzi, che in quegli anni interveniva su un altro famoso affresco raffigurante il Carro di Apollo preceduto da Aurora, quello del Guercino nel Casino Boncompagni Ludovisi.

Come avete graduato l’intervento?
Già in fase di progetto abbiamo iniziato a cercare informazioni e materiale fotografico su precedenti restauri proponendo alla committenza una campagna di indagini che avesse come obiettivo la conoscenza dei materiali pittorici originali, della tecnica esecutiva e dei prodotti di degrado. La prima fase dell’intervento, in attesa dei risultati delle indagini, è stata dedicata alla realizzazione di un’estesa campagna fotografica e alla redazione di mappature, aggiornate durante tutto il cantiere, di tecnica di esecuzione, stato di conservazione e presenza di umidità sulla superficie dipinta. La sovrapposizione di queste informazioni è stata una buona base di partenza per poter applicare la metodologia d’intervento più corretta, che tenesse conto dei prodotti di alterazione e dei pigmenti presenti. I lavori sono durati quattro mesi, da febbraio a giugno 2021, e sono stati condotti con l’aiuto di due colleghe, come noi provenienti dall’Iscr, Michela Bassi e Martina Comis. Una delle maggiori criticità che abbiamo dovuto affrontare è stata la presenza di un vecchio fissativo alterato che, dopo vari tentativi e confronti con colleghi dell’Iscr e del Vaticano, abbiamo dovuto mantenere in quanto ormai irreversibile. La fase più lunga però è stata sicuramente quella dedicata alla reintegrazione pittorica di tutte le mancanze, le abrasioni e le stuccature che coprivano le grappe metalliche.

Il restauro ha evidenziato novità sstilistiche o tecniche nella pittura di Reni?
Guido Reni è uno straordinario frescante, perfettamente capace di utilizzare la tecnica a fresco, ma per esigenze stilistiche e tecniche rifinisce qui la sua pittura, stemperando i pigmenti nella calce o in leganti proteici e applicandoli, con maestria, su superfici asciutte o quasi asciutte. Le analisi effettuate hanno confermato che la tavolozza dell’artista è composta prevalentemente da colori compatibili con la calce, ma non mancano pigmenti come il bianco di piombo, il giallorino, il lapislazzuli e l’azzurrite, che non reggendo la causticità della calce sono stati utilizzati a secco, addizionati a leganti di natura proteica. Dalla ricognizione condotta in situ non si sono individuate tracce del sistema di riporto del disegno, ma è probabile che Guido Reni, grande disegnatore, abbia riportato il progetto direttamente sull’intonaco, probabilmente utilizzando un quadrettato. Nel corso del restauro abbiamo anche notato che i confini tra le 23 giornate presenti, più una per ciascuna delle lunette, sono stati perfettamente tagliati a filo, senza sovrapposizioni dell’intonaco: questo espediente tecnico, insieme a una particolare lisciatura dell’intonachino, sono serviti a Reni per ottenere un dipinto murale con l’aspetto di un dipinto mobile e accentuare l’intenzione di voler inserire nella bella cornice in stucco un «quadro riportato».

Come è stato il rapporto con la committenza?
Stimolante e fecondo. Con sensibilità e passione la principessa è rimasta in contatto con noi per tutta la durata del cantiere, consapevole dell’importanza della trasmissione al futuro di questo grande capolavoro e del fatto che il cantiere di restauro è anche il luogo privilegiato per conoscere e studiare in modo ravvicinato la sua storia e il suo autore.

La mostra «Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura», che si inaugura il primo marzo alla Galleria Borghese a cura di Francesca Cappelletti, fa luce su un inedito Reni quale pittore di paesaggio. Mostra e restauro sono correlati?
No, in realtà i due eventi sono stati accostati per pura casualità. Quando la principessa Pallavicini ci ha chiamato preoccupata per le condizioni dell’Aurora, non sapevamo assolutamente che fosse in cantiere una mostra su Guido Reni, né lo abbiamo saputo durante i mesi del restauro, anche perché la pandemia aveva congelato molti eventi e relative comunicazioni. Dopo l’estate, avendo saputo della mostra, ci è sembrata una grande opportunità fare coincidere gli eventi per mettere a disposizione degli studiosi che vi si recheranno le informazioni raccolte durante il restauro.

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