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Un’artista italiana alla Tate Modern

«The Hidden Conference», la trilogia di Rosa Barba girata nei magazzini della Neue Nationalgalerie di Berlino

Uno still dal film «The Hidden Conference: About the Discontinuous History of Things We See and Don’t See» (2010). © Rosa Barba

In un periodo in cui la pandemia da Covid-19 impone un ritorno a una dimensione più introspettiva e il ricorso a diverse modalità di fruizione delle opere d’arte, e insieme la sospensione degli aspetti spettacolari legati all’«evento» espositivo, assume particolare attualità la trilogia «The Hidden Conference» (2010-15) dell’artista Rosa Barba, nata ad Agrigento nel 1972 e cresciuta in Germania. Composta da tre film girati nei magazzini della Neue Nationalgalerie di Berlino, dei Musei Capitolini di Roma e della Tate Modern di Londra, l’opera è stata acquisita dal museo londinese, che l’avrebbe esposta dal 20 aprile a febbraio 2021 se non fosse stata decisa la temporanea chiusura del museo (per ora sino al primo maggio, ma tutto dipenderà dall’andamento dell’emergenza sanitaria).

Partiamo dal titolo: «The Hidden Conference». A che cosa si riferisce?

L’opera esplora i depositi dei musei. Il titolo si riferisce alle conversazioni immaginarie tra le opere e i loro autori, spesso non contemporanei tra loro, ma i cui lavori continuano a dialogare in questi luoghi invisibili attraverso le epoche. È anche una riflessione sull’ossessione occidentale di preservare a tutti i costi ogni manifestazione culturale. L’idea che le opere possano comunicare tra di loro nonostante la distanza temporale tra gli artisti è un tema che mi ha molto ispirata durante la preparazione della mostra «A Curated Conference» al Museo Reina Sofía di Madrid nel 2010, quando «invitai» alcune opere in magazzino a salire nelle sale del museo e a prender parte a una conferenza. Un incontro tra opere, ognuna con un linguaggio specifico.

Nei film si intravedono scaffali, casse e altri materiali da imballaggio. La sua è più una curiosità scientifica oppure una sorta di malinconia dello stato pre- e post-espositivo dell’opera?

Cerco di unire i due approcci in un’unica prospettiva che includa sia l’aspetto cosiddetto «scientifico», ovvero la questione legata alla conservazione, sia la nozione di temporalità che è contenuta negli stati pre- e post-espositivi, e che sfugge alla percezione «scientifica», più lineare.

L’archivio è un tema caro all’arte contemporanea. Che significato ha per lei?

Nei miei film l’archivio è inteso come la continuazione del pensiero che riunifica le fonti: queste possono essere documenti, rumori, narrazioni mai trascritte, oppure le iscrizioni che lasciamo nel paesaggio. Nel passato ho trattato il tema dell’archivio da prospettive completamente diverse, ad esempio in «Western Round Table» (2007), che si riferisce al simposio tenutosi a San Francisco nel ’49 per individuare le questioni fondamentali della scena artistica dell’epoca. Tra i partecipanti vi erano celebri critici, artisti, compositori: tutti uomini.

I film mostrano opere catalogate e immagazzinate. Le ha intese come una sorta di «paesaggio», oppure ha mantenuto l’attenzione sulla singolarità degli oggetti ripresi?

Li vedo come una molteplicità di voci che si organizzano in un’orchestra, come un paesaggio.

Il sonoro occupa un ruolo importante nel suo lavoro. Quale ha scelto per «The Hidden Conference» e perché?

Il suono proviene da diverse fonti. Nel primo film si tratta del rumore urbano attorno alla Neue Nationalgalerie, reso come se provenisse da un ambiente più intimo. In «A Fractured Play» si sentono frammenti di narrazioni tratte da film, e in «About the Shelf and Mantel» conversazioni tra artisti, spesso non rappresentati in collezioni museali, perlomeno al momento della realizzazione del film. Composta da Jan St. Werner (musicista contemporaneo, Ndr) la colonna sonora aggiunge un ulteriore strato narrativo.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto lavorando a un film più lungo e a un auditorio che sarà realizzato nella «Linea Verde» di Cipro, la zona raggiungibile da entrambi i lati della frontiera (turco e greco-cipriota, Ndr).

Bianca Bozzeda, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020



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