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Musei

Tutto De Nittis, ancora più internazionale

Con il nuovo allestimento delle 17 sale della Pinacoteca una rilettura del vasto lascito della moglie del pittore

Una veduta del nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis

Renato Miracco, storico dell’arte e già consulente del Ministero degli Esteri e curatore di mostre all’Estorick Collection e alla Tate Modern di Londra, al Metropolitan Museum di New York e al Reina Sofía di Madrid, ha firmato il nuovo allestimento delle 17 sale della Pinacoteca Giuseppe De Nittis (1846-84).

Ne è nata una rilettura del vasto lascito, composto da 146 dipinti, 61 incisioni, 150 libri autografati, che la moglie del pittore, Léontine Lucille Gruvelle, concesse nel 1913 al Comune barlettano, attraverso un testamento olografo composto poco prima di morire. Miracco ha scelto di esaltare ancora di più l’internazionalità di De Nittis che in vita fu notissimo nel mondo dell’arte delle capitali del secondo ’800, Londra e Parigi.

Il pittore, infatti, dopo gli anni iniziali passati in Italia dove fondò la Scuola di Resina prima di avvicinarsi ai Macchiaioli, ben presto si spostò a Parigi, città nella quale nel 1869 espose per la prima volta al Salon del Louvre. Nella Ville Lumière il successo fu vastissimo, presso l’alta società, tanto da esporre il 18 aprile 1874 nello studio del fotografo Nadar, nella celebre mostra di boulevard des Capucines che diede ufficialmente il via all’Impressionismo.

La Pinacoteca di Barletta raccoglie opere dell’intera carriera del pittore, a Palazzo della Marra, edificio rinascimentale tra i più antichi della città pugliese: ora nella rilettura di Miracco, con le sale che seguono un andamento cronologico della produzione e sono intonacate utilizzando la palette di colori di De Nittis, si aggiungono alcuni lavori di Manet, Degas, Caillebotte e Tissot, suoi contemporanei a Parigi. Non solo, il curatore ha anche scelto di inserire lungo il percorso alcune riproduzioni di quadri di De Nittis, conservati a Venezia, New York, Parigi e in alcune collezioni private.

Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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