Turismo a Venezia: tolleranza, max 50mila; previsione, 100mila

Per 200 giorni l’anno il numero delle presenze è già più del massimo. Intervista all’economista del turismo Jan van der Borg, secondo cui il nuovo ticket non serve a nulla

Jan van der Borg è docente di Economia e gestione del turismo alla KU Leuven, l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio e all’Università Ca’ Foscari a Venezia, dove coordina i corsi di master in Turismo
Enrico Tantucci |  | Venezia

Rispetto alla capacità individuata in 50mila presenze nel 2018 (prima della pandemia) dall’Università di Ca’ Foscari, Venezia sopporta già un numero massimo di turisti giornalieri doppio. E si prepara a ricevere nei prossimi 10 anni parte di quel mezzo miliardo di turisti in più che secondo le stime più recenti si aggiungeranno al miliardo già in giro per il mondo. Si avvicina il collasso per una città il cui tessuto non è modificabile né dilatabile e in cui i posti letto per i turisti hanno ormai superato quelli per i residenti. A salvarla, anche per la larghissima fascia di esenzioni che già si prevede, non sarà certo il ticket turistico da 5 euro annunciato a fine agosto dal Comune di Venezia e che entrerà in vigore dalla prossima primavera per un periodo di 30 giorni (con ingresso da tre varchi controllati distinguendo il flusso dei residenti da quello dei turisti).

Il quadro è fosco ma non ancora disperato, se si attivassero subito reali misure di contenimento, come spiega Jan van der Borg, 61 anni, docente di Economia dei sistemi turistici a Ca’ Foscari, che da anni studia la città. È lui che, con altri studiosi, ha fissato in 50mila il numero massimo di turisti giornalieri che Venezia può sopportare, sulla base del sistema dei trasporti e dei posti letto. Ma per la «fase due» del ticket, che scatterà probabilmente dal 2025 con l’aumento del numero di giornate di prenotazione, il Comune ipotizza una soglia vicina appunto alle 100mila presenze, con ticket a 3 euro e l’applicazione del massimo di 10 euro solo per chi vorrà venire comunque oltre questa quota.

Professor Van der Borg, come andrebbero ripartiti questi turisti?
La proporzione dovrebbe essere del 50 per cento di turisti che pernottano in città e del 50 per cento di giornalieri. Invece oggi gli escursionisti sono l’80 per cento di chi arriva a Venezia e i turisti pernottanti solo il 20 per cento. Vanno considerati a tutti gli effetti come escursionisti anche i turisti che pernottano a Mestre e vengono a Venezia in giornata. La situazione oggi vede arrivi che per alcune giornate clou superano anche ampiamente quota 100mila, ma che sono costantemente superiori di 15-20mila presenze rispetto alla capacità di carico.

Il Comune, prevede di adottare il nuovo ticket d’ingresso alla visita in città su prenotazione, dalla prossima primavera per quelle 30 giornate in cui l’afflusso è massimo, come la Festa del Redentore, Pasquetta ecc.
Il problema non sono i picchi, che qualunque città d’arte si trova ad affrontare in determinate giornate, ma il frequente superamento, per almeno 200 giornate l’anno, della capacità di carico massima della città. È questo che la logora e ne cambia la natura, trasformandola appunto in una sorta di parco di divertimenti, allontanando i residenti. Perché avesse un minimo effetto deterrente sugli arrivi in città, il ticket dovrebbe essere applicato tutti i giorni. Così come è concepito non servirà a niente, anche per la larghissima fascia di esenzioni al pagamento che è prevista. Non ha alcun senso ad esempio escludere i veneti, che sono proprio quelli che nel fine settimana calano su Venezia e intasano la città, insieme agli altri turisti stranieri e italiani.

Venezia ha studiato per anni il problema del turismo, con una massa imponente di materiali prodotti dall’ora «defunto» Coses, il Consorzio per la ricerca e formazione di Comune e Provincia di Venezia.
Sì, ma non ha mai adottato le misure e i suggerimenti avanzati quando la situazione non era ancora come quella attuale. Il paradosso è che quella mole di studi, mai messi in pratica nelle soluzioni, serve ora di riferimento alle città che stanno a loro volta affrontando il problema dell’«overtourism», come Salisburgo, Berlino, Barcellona e Bruges. Venezia con la pandemia e la città svuotata aveva la possibilità di riorganizzare il suo sistema turistico, di farne un punto di riferimento. Invece l’ha sprecata, tutto è ricominciato come prima.

E dal punto fiscale come si potrebbe intervenire per migliorare la situazione?
Servirebbe una nuova politica fiscale sul turismo, perché oggi il Comune di Venezia penalizza con l’imposta di soggiorno proprio chi vorrebbe agevolare, e cioè i turisti pernottanti, e non colpisce in alcun modo i giornalieri. La tassa di soggiorno andrebbe invece ridotta, incentivando misure che colpiscano stabilmente i turisti giornalieri. Oggi abbiamo tassa di soggiorno, Ztl per i bus turistici, nuova tassa di imbarco aeroportuale che sta per essere introdotta e adesso il ticket. Troppe tasse che spesso sono a scapito proprio di chi si vorrebbe maggiormente tutelare, cioè il turista che si ferma più giorni in città e non si limita a usarla per una giornata.

Altra questione per la salvaguardia sociale è quella degli alloggi turistici, cresciuti in modo abnorme negli ultimi 10 anni, sottraendo abitazioni ai residenti.
Gli alloggi turistici non vanno demonizzati, perché sono il frutto dell’assenza di una seria politica abitativa da parte del Comune di Venezia. È da lì che bisogna partire anche per ridimensionare questo fenomeno. È giusto però che chi affitta ai turisti più di due appartamenti vada considerato non un privato che integra il suo reddito, ma un imprenditore vero e proprio con tutti gli obblighi fiscali del settore dell’ospitalità. Anche quelli in materia di igiene e sicurezza, come in qualsiasi albergo.

Come si può invertire la tendenza?
Puntando, concretamente, sulla qualità del turismo e non più sulla quantità. Facendo innanzitutto del serio marketing turistico che cambi l’immagine della città nei confronti di chi oggi arriva qui credendo di essere in un parco tematico dello svago. E poi lavorando sull’offerta. Non possiamo impedire ai turisti di venire a Venezia ma, con un sistema di prenotazione efficiente e con un meccanismo di incentivi e disincentivi economici e di altro tipo, dobbiamo convincerli a venire in periodi di minore afflusso, perché decisamente più vantaggiosi. Migliorare la qualità non significa far arrivare solo chi frequenta gli hotel a 5 stelle, ma anche lo studente con precisi interessi culturali che può usare diversamente la città e averne una diversa consapevolezza.

È possibile?
Sì. Guardo al caso della Biennale che negli ultimi 10-15 anni ha aumentato costantemente il numero dei suoi visitatori, con una programmazione di qualità delle mostre, attirando anche molti giovani. Se l’offerta è seria, qualitativa e correttamente promossa, la gente viene, con un’attenzione diversa verso Venezia e anche aree considerate a torto marginali, come quelle dei Giardini e dell’Arsenale, in cui la Biennale opera. Certo, quando poi si legge che il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro annuncia di voler insediare all’Arsenale una grande discoteca, si capisce che la direzione non è quella.

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