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Mostre

Troia tra mito e realtà al British Museum

La guerra e la riscoperta della città in oltre 300 oggetti

«Achille ferito» (1825) di Filippo Albacini, Chatsworth House. © The Devonshire Collection, Chatsworth

Londra. Troia e il suo tesoro tornano a Londra, 140 anni dopo che vi vennero esposti in anteprima mondiale, nel 1877, poco dopo essere stati rinvenuti sulla collina di Hisarlik da Heinrich Schliemann. Si apre infatti il 21 novembre al British Museum la mostra «Troia: la realtà e il mito», in programma fino all’8 marzo, che fonde archeologia, letteratura, suggestioni artistiche, dal mondo antico ai giorni nostri.

Tra gli oltre 300 oggetti esposti, circa cento fanno parte per l’appunto dei materiali scavati dall’archeologo tedesco, in prestito dal Museum für Vor- und Frühgeschichte di Berlino: ceramiche, argenti, armi in bronzo, sculture in pietra.

La mostra è divisa in tre grandi sezioni. La prima è dedicata alla storia della guerra di Troia come raccontata da fonti greche, romane ed etrusche: a partire dal bardo che nell’Odissea di Omero canta la caduta della città. La seconda ricostruisce le vicende della sua riscoperta archeologica da parte di Heinrich Schliemann nel 1871-73 e le successive fasi di scavo, fino ai giorni nostri. La terza raccoglie esempi di rivisitazione e reinterpretazione della materia troiana a partire dal Medioevo, sia in letteratura sia in molteplici forme di rappresentazione artistica dalla pittura alla musica: da Troilo e Cressida di Shakespeare fino ai film di Hollywood e all’arte contemporanea. Una storia raccontata innumerevoli volte e in molteplici linguaggi, nel corso dei millenni.

Come hanno spiegato a «Il Giornale dell’Arte» le curatrici Alexandra Villing, Vicky Donnellan e Lesley Fitton, l’obiettivo della mostra è di riflettere sulla fascinazione intramontabile di Troia come fonte di ispirazione: «non ha mai perso la sua popolarità, la sua storia resiste al passare del tempo e ha diversi significati per le generazioni che si succedono». Oltre ai prestiti da Berlino e internazionali, il team curatoriale si è servito anche delle ricche collezioni del British, che possiede numerose immagini della guerra di Troia sia antiche sia più tarde.

Tra le opere più significative spiccano: il coperchio di un sarcofago romano su cui è scolpito un cavallo di legno su ruote, armato di elmetto e scudo; le due coppe sempre romane in argento, parte di un corredo funerario trovato a Hoby in Danimarca, la più bella delle quali mostra Priamo che supplica Achille di restituirgli il corpo di suo figlio Ettore; «L’Ira di Achille» di Pieter Paul Rubens; il sublime e scenografico «Achille ferito» di Filippo Albacini (1825), da Chatsworth House, la cui freccia dorata infissa nel tallone dell’eroe greco è stata restaurata per l’occasione; opere contemporanee di Eleanor Antin, Anthony Caro e Cy Twombly. Sono tutte illustrate e contestualizzate nel catalogo edito da Thames & Hudson.

Al centro della mostra, suo inevitabile punto di partenza, sono la sezione archeologica e il dibattito sulla realtà storica riguardo Troia: questa storia «è però parte di una storia più ampia, quella della fascinazione senza tempo di Troia per l’umanità che dura ininterrottamente da 3.000 anni». Le curatrici hanno deciso di esporre fianco a fianco opere antiche e moderne, raggruppate anche attorno a temi rappresentati da figure celebri e immortali: il viaggio, con Ulisse ed Enea; gli eroi, con Achille ed Ettore; le donne, con Elena.

La loro intenzione esplicita è di rendere visibili, di far emergere delle connessioni. Le possibili combinazioni sono esemplificate dalla litografia dell’artista scozzese Eduardo Paolozzi intitolata «Da Biagio di Antonio» (1980), in cui dai vetri di un’automobile si scorge una rappresentazione quattrocentesca dell’assedio di Troia e del cavallo del tradimento. Strati archeologici, storie e miti sovrapposti.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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