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Tripoli, bel suol d’amore

Marco Riccòmini racconta di una sua visita al Museo As-Sultan, nei pressi di Sirte

Uno dei due colossi in bronzo reclinati a terra nel cortile del museo As Sultan

«Sai dove s’annida più florido il suol? Sai dove sorride più magico il sol? Sul mar che ci lega con l’Africa d’or, la stella d’Italia ci addita un tesor. Ci addita un tesor!», si canticchiava baldanzosi sulle note di Colombino Arona a ritmo di marcetta al tempo della conquista della Libia (1911-12), «Tripoli, bel suol d’amore...». Percorrendo la litoranea da Tripoli a Bengasi, al tempo della «pax gheddafiana», mi fermai nei pressi di Sirte a visitare il Museo di As-Sultan. L’attrazione era quella dei due colossi in bronzo reclinati a terra nel suo spelacchiato cortile.

Le mani sul capo, come a proteggersi, paiono fusioni moderne da calchi pompeiani, come quelli nell’Orto dei fuggiaschi, se non fosse per la loro mole. Rispetto alle vittime del Vesuvio, non toccò a questi giganti una fine migliore, o così racconta la leggenda. Erano i due fratelli Fileni che, nella contesa tra Cirenaici e Cartaginesi per l’estensione dei rispettivi territori, partendo di corsa da Cartagine avrebbero stabilito il loro confine nel luogo d’incontro coi due atleti rivali partiti simultaneamente da Cirene. Senonché all’incontro i Cirenaici, denunciando gli altri d’aver barato, offrirono ai Fileni l’alternativa di retrocedere o essere sepolti vivi.

Sacrificandosi per il bene di Cartagine, questi accettarono il sacrificio. Così, a memoria di quell’evento, nel supposto luogo d’incontro, l’odierno Ras Lanuf, a circa metà della via «Balbia», venne edificato nel 1937 un grande arco di trionfo. Disegnato da Florestano di Fausto, includeva anche i bronzi degli eroi cartaginesi, modellati da Ulderico Conti e fusi dalla Fonderia Artistica Fiorentina.

Demolito nel 1973, quale simbolo dell’Italia coloniale, del «Gaus» (Arco), com’era noto ai locali, non restavano che frammenti in pietra e i due bronzi, intatti. Cosa ne sia oggi, in tempo di guerra, è un mistero, tra chi li dice spariti dal cortile e chi «feriti» ma al sicuro. Per proteggerli bastava seppellirli come nel mito, e aspettare che qualcuno, un giorno, li riportasse alla luce, così che di lui, novello Schliemann, si potesse ancora gridare in coro: «Ci addita un tesor. Ci addita un tesor!».

Marco Riccòmini, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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