Tra le pieghe di Hantaï

Il pittore ungherese, naturalizzato francese, è protagonista di una mostra da Gagosian con cicli realizzati dai primi anni ’60 ai primi anni ’80

«Tabula» (1980) di Simon Hantaï
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Dal 2 febbraio al 30 marzo, una mostra da Gagosian riporta idealmente Simon Hantaï (1922-2008) nella città da cui prese avvio il suo cammino nell’arte. Curata da una specialista dell’artista ungherese, naturalizzata francese, Anne Baldassari, l’esposizione presenta cicli realizzati dal pittore dai primi anni ’60 ai primi anni ’80.

Oltre quest’ultimo periodo, infatti, le opere di Hantaï diminuiscono di grandezza e di numero, ma ciò che si azzera è la sua presenza nel mondo dell’arte, eccetto qualche sporadica presenza negli ultimi anni di vita. I fatti sono questi: dopo aver rappresentato nel 1982 la Francia alla Biennale di Venezia, l’artista si eclissa, sparisce dai radar pubblici, per dedicarsi solo a un’arte di rispondenza interiore.

È il rifiuto dei fragori e dei compromessi del mondo dell’arte, da parte di un artista che non ha mai nascosto il suo intenso cattolicesimo, a principiare dal colore più amato, e che dà il titolo alla mostra da Gagosian: «Azzurro». È, come fa notare la curatrice, il colore del manto della Madonna, nella tradizione storico-artistica che Hantaï ha imparato ad amare sin dal suo primo viaggio a Roma, nel ’42, appena ventenne, grazie a una borsa di studio dell’Accademia di Belle Arti di Budapest.

A Roma tornerà nel 1948, ospite dell’Accademia di Ungheria a Via Giulia. E poi, un’ultima volta nel 1982, l’anno della Biennale, quando salutò il mondo dell’arte nel paese che lo aveva iniziato all’arte. In Italia, a Roma, Firenze, Siena, il pittore contempla le opere (e le Madonne) di Giotto, Masaccio, Beato Angelico, Piero della Francesca. Quando nello stesso 1948 arriva a Parigi (che non lascerà più) conosce l’altra metà del sole dell’arte, quella surrealista, fa amicizia con Breton, e da lui impara il significato profondo della «scrittura automatica».

Nasceranno, così, ad iniziare dal 1960, le opere realizzate con la tecnica del pliage (piegatura), che lo renderanno celebre nel mondo: grandi dipinti, soprattutto azzurri, realizzati mediante piegature della tela, sua pressione, coloritura, e poi distensione. L’effetto è quella di una «scrittura» casuale, risultante dal contrasto con le parti rimaste bianche, perché precedentemente piegate.

L’artista si fa così primo spettatore dell’apparizione dell’immagine, partecipando a una rivelazione che ha del miracoloso. Tutto torna, quindi, nella poetica antica e contemporanea di Hantaï, capace di dar vita a opere monumentali, prevedendone anche la sparizione. Disse infatti: «Bisogna dipingere prendendo in considerazione l’impossibilità di dipingere».

Era convinto lo facessero anche Masaccio e Piero della Francesca. La memoria della loro arte prospettica affiorerà, anche questa sublimata in codice astratto e contemporaneo, in griglie di colore bianco e blu, ottenute sempre con la medesima tecnica, solo organizzata con metodo razionale. In mostra da Gagosian, le si possono ammirare nel ciclo «Tabulas», del 1972-82. È stato Didi-Huberman ha cogliere in pieno lo spirito dell’arte di Simon Hantaï: «Intendeva la creazione nel senso più umile e artigianale, ma anche nel senso più inumano, il più filosofico, il più metafisico, il più biblico che sia mai stato».

© Riproduzione riservata «Studio (Meun)» (1969) di Simon Hantaï
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