Tosatti all’HangarBicocca: «Mi specchio nell’arte»

Nello spazio Shed l’artista romano presenta due nuovi cicli di opere «pervasi dei sentimenti che hanno lasciato tracce di sangue sul velo del mio respiro in questi vent’anni»

«NOw/here», veduta della mostra di Gian Maria Tosatti al Pirelli HangarBicocca, Milano, 2023. Cortesia dell’artista e di Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Ela Bialkowska, Oknostudio
Ada Masoero |  | Milano

Reduce dall’ultima Biennale di Venezia, dove ha rappresentato l’Italia, e direttore artistico della Fondazione Quadriennale di Roma per il triennio 2021-2024, Gian Maria Tosatti (romano di nascita, nel 1980, e napoletano per scelta) è stato invitato da Vicente Todolí a intervenire nello spazio Shed di Pirelli HangarBicocca dove, dal 23 febbraio al 30 luglio, propone nella mostra «NOw/here» due cicli di opere presentate per la prima volta, in cui tuttavia rielabora sensazioni e concetti del suo passato, in un’intersezione temporale che rimette in atto, con lo sguardo di oggi, i sentimenti e i vissuti che hanno alimentato la sua ricerca negli ultimi vent’anni.

«L’Hangar mi aveva chiesto una retrospettiva, come capita quasi sempre per le mostre che ospita, spiega Tosatti, e io ho deciso di interpretare questa richiesta non portando opere già realizzate, ma lavori nuovi, pervasi dei sentimenti che hanno lasciato tracce di sangue sul velo del mio respiro in questi vent’anni». E nuovi, i lavori, lo sono davvero: per la prima volta, infatti, conosciamo il Tosatti «pittore», attraverso due cicli di opere, «Ritratti», 2022, e «NOw/here», 2023, messi in relazione con lo spazio gigantesco e oscuro dello Shed.

Il primo ciclo è composto da quattro grandi dipinti (uno, monumentale) in oro e ruggine su pannelli di ferro, materiale che, corrodendosi e ossidandosi, incorpora la foglia d’oro e genera misteriosi «paesaggi» di un altrove inconoscibile: superfici, come spiega lui stesso, che separano «il regno delle cose da quello dell’anima».

Dieci, invece, le grandi opere che compongono «NOw/here». Qui l’artista ha lavorato con campiture cangianti di grafite e carboncino bianco, su tele sospese, la cui sagoma è delineata sul pavimento da un’illuminazione «siderale». Con questi materiali ha creato orizzonti indefiniti in cui si accendono piccoli globi di luce.

Intessuti di concetti che gli sono cari da ormai vent’anni, i nuovi lavori si pongono in dialogo con lo spirito del nostro tempo: «questa è una retrospettiva sentimentale», dice Gian Maria Tosatti, perché l’arte «è uno specchio della nostra anima. È il luogo in cui possiamo incontrare noi stessi faccia a faccia. È sempre stato questo. Dalla tragedia greca ad oggi. L’arte è il momento in cui ci si riconosce, con tutto ciò che questo comporta. Riconoscersi a volte è vedersi diversi da ciò che fingiamo di essere. È scoprirsi. È trovarsi. E magari trovarsi diversi da come vorremmo o dovremmo diventare. E da qui parte la necessità del cambiamento». E ancora, «le esperienze nei “luoghi disperati” (territori in mano alla camorra, Paesi in guerra, dittature) in cui ho lavorato a lungo, mi hanno portato a comprendere finalmente che il valore dell’arte in una società è altissimo e radicale. Ma poi ci sono anche momenti in cui tutte le ferite che mi sono fatto, durante questi corpo a corpo col mondo, restano impresse nel sudario dell’anima. Quei sudari sono opere più intime, politiche in un senso quasi apollineo».

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