To be or not to be? Il dilemma degli italiani a Londra

Dopo la Brexit, molte gallerie italiane nella City hanno chiuso o ridotto i loro spazi. La nuova frontiera oggi è Parigi, mentre Milano manda segnali di risveglio. Ma l’«impero britannico» è davvero al tramonto?

Una veduta della galleria londinese Robilant+Voena © Mark Blower
Alberto Fiz |  | Londra

Fuga da Londra. Dopo aver ammaliato le gallerie italiane come le sirene di Ulisse, dal primo gennaio 2021 è iniziato il respingimento. La Brexit ha avuto effetti devastanti sugli italiani di Londra, costringendoli in gran parte a cambiare strategia. Uno shock per i molti che avevano investito ingenti capitali nella City aprendo gallerie nelle zone centrali che facilmente potevano costare, d’affitto, oltre il milione di euro all’anno (ma negli anni d’oro i fatturati potevano superare largamente i 30 milioni). Londra era la città degli affari, ideale per vendere i simboli dell’arte del dopoguerra, primi tra tutti Fontana, Burri, Manzoni, Castellani. Ma anche Scheggi, Agnetti e Bonalumi. E dietro di loro molti altri, da Carla Accardi a Pistoletto.

Nel2015-16 tutto ha funzionato alla perfezione e gran parte degli sforzi passavano attraverso eventi in grado di attrarre la clientela internazionale e facendo impallidire la madre patria. Il must era aprire almeno uno studiolo nella City o stabilire una partnership. Dopo il biennio d’oro, però, le cose hanno iniziato a cambiare, il mercato è diventato decisamente meno sfavillante e una serie di riallineamenti ha coinvolto gli artisti sovraesposti.

Ben presto laBrexit si è trasformata in un incubo e a rendere la situazione insostenibile è arrivata la pandemia. Il giocattolo si è rotto e se il Covid-19 (che gli inglesi avevano dapprima gestito in maniera pessima) dovrebbe essere alle spalle, resta la Brexit con le sue conseguenze irreversibili. È saltata la logica secondo cui Londra rappresentava il ponte tra l’Europa continentale e il resto del mondo. Chi acquistava opere a New York passando attraverso la City le poteva far arrivare in Italia pagando un’Iva appena del 5% (la tassa d’importazione nel Regno Unito).

Attualmente, la medesima operazione costa il doppio, dal momento che l’Italia applica un’aliquota all’importazione del 10%. Sino a quando la capitale britannica faceva parte dell’Unione Europea tutti gli scambi avvenivano senza costi aggiuntivi. Ora, spostare un’opera da Milano a Londra costa il 5% di Iva, mentre chi acquista un Fontana da 2 milioni di euro in New Bond street e lo vuole riportare all’ombra della Madonnina, spende il 10% d’importazione, ovvero paga 2,2 milioni. Oggi Londra appare meno attrattiva per la finanza mondiale, la burocrazia è assai più farraginosa e i costi di trasporto per le opere d’arte sono pressoché triplicati, appesantiti dai dazi doganali.

Fuga dalla City
Insomma, per molti mercanti (non per tutti) il gioco non vale più la candela. Stefano Cortesi, per esempio, ha deciso di chiudere la saracinesca a Londra puntando su Milano: «Ho già una galleria a Lugano. Mi sembrava inutile e dispendioso avere un altro spazio extraeuropeo. Molto meglio espandermi nella città italiana più dinamica dove la tassa forfettaria di 100 mila euro all’anno per i grandi patrimoni applicata dallo Stato ha favorito le residenze di molti Paperoni. Per questo abbiamo scelto di spostare la nostra sede in un luogo storico di grande fascino come Palazzo Morigi, dove abbiano inaugurato l’attività nel settembre scorso con una mostra dedicata a Piero Dorazio e il Gruppo Zero».

Anche Matteo Lampertico con la sua ML Fine Art ha abbandonato la City, «troppo costosa con un appeal minore rispetto a qualche anno fa», per ampliare la potenza di fuoco nella sua nuova sede milanese di via Montebello con una superficie di 250 metri quadrati e una serie di rassegne impegnative come quella di Archipenko.

Ad occupare l’ex galleria londinese di Lampertico è Mazzoleni, che ha deciso di tagliare i costi chiudendo il prestigioso spazio di Albemarle street per aprire in Old Bond street, a due passi dalla Royal Academy, con focus mirati sui principali artisti del dopoguerra (si parte dalle lamiere di Agostino Bonalumi, dal 9 marzo al 29 aprile): «Sono cambiati i tempi, di conseguenza ci siamo adeguati mantenendo un significativo avamposto a Londra, ma riducendo le spese di cinque volte, spiega Davide Mazzoleni. Nello stesso tempo, abbiamo raddoppiato la galleria torinese di Palazzo Panizza con un’attenzione sempre maggiore verso il contemporaneo, come dimostra la recente personale di Marinella Senatore».

Anche Repetto ha ridotto la propria presenza nella City e opta, almeno sino a fine anno, per una collaborazione con Austin Desmond. Ben presto, però, ci potrebbero essere grosse novità con la galleria che rafforza la propria posizione a Lugano dove ha da tempo un’attività.

Dalla Svizzera a Parigi, considerata da molti la città che nei prossimi anni sostituirà Londra. Ne sono convinti da TornabuoniArt, che ha chiuso in Mayfair (dove aveva aperto nel 2015) per puntare con determinazione su Avenue Matignon (sino al 12 marzo è di scena Alberto Biasi) con una straordinaria galleria riaperta dopo tre anni di restauro: «Tutte le strade dell’arte contemporanea portano nella Ville Lumière. Non solo Christie’s e Sotheby’s sono di proprietà francese con François Pinault e Patrick Drahi, ma le major del mercato privato hanno come obiettivo di aprire e qui sono già sbarcati David Zwirner e White Cube.

Non va poi dimenticato che la tassa all’importazione in Francia è del 5,5% mentre in Italia è del 10%
», spiega Michele Casamonti, che tuttavia non intende rinunciare al Bel Paese e prima dell’estate programma l’apertura di un grande spazio nel centro di Roma.

Se molti dicono addio a Londra, gli irriducibili non demordono. Tra questi Sprovieri, oramai londinese, e Ronchini, che ha il suo quartier generale nello spazio dell’ex galleria di Anthony d’Offay. Anche Cardi ha scelto il «remain» e non abbandona la storica palazzina settecentesca di mille metri quadrati su sei piani che occupa dal 2016: «Non ho alcuna intenzione di ridurre gli spazi. Dopo un periodo d’incertezza, a Londra tornerà il bel tempo e io ragiono con una prospettiva a medio-lungo termine», dichiara Nicolò Cardi, che al 22 di Grafton Street propone le personali di Ben e di Emilio Isgrò (sino al 19 marzo).

Anche Massimo De Carlo rimane fedele alla Regina, sebbene nei prossimi mesi potrebbe trasferirsi in un nuovo spazio lasciando l’edificio di tre piani in Myfair. Nel frattempo, mantiene la sua presenza a Hong Kong, dove cambierà sede, e dal 2021 ha messo un piede a Parigi con Pièce Unique, vetrina aperta 24 ore ispirata allo storico progetto di Lucio Amelio.

Nessun cambio in vista per Robilant+Voena che resta al centro della scacchiera londinese con il prestigioso spazio in Dover Street, dove, insieme agli Old masters e ai big del dopoguerra, arriveranno in breve i quarantenni sulla rampa di lancio. Durante il Covid-19, poi, Marco Voena ed Edmondo di Robilant hanno aggiunto altre due sedi, a New York e a Parigi, oltre a Saint-Moritz e Milano. Ma il cuore rimane nella City: «Qualche sconto in più per i collezionisti, ma nessuna rinuncia a Londra. Sarà pur polveroso, ma l’impero britannico non è affatto tramontato».

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