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Tiahuanaco, Bolivia, prima degli Inca

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin, scruta il Patrimonio Mondiale

La Porta del Sole, uno dei monumenti più importanti di Tiahuanaco

Situato a quasi 4.000 metri di altezza, presso le rive del Lago Titicaca, il sito archeologico di Tiahuanaco testimonia lo sviluppo e la decadenza di una delle più importanti civiltà che precedettero la formazione dell’Impero Inca, in una regione corrispondente all’attuale Bolivia, al Sud del Perù e al Nord del Cile e dell’Argentina. A partire dal I e fino all’VIII secolo d.C., la città fu il centro di un vasto impero, che confinava con un’altra grande formazione politica preincaica, l’impero Huari, a sua volta dislocato nell’area costiera e andina dell’odierno Perù. La civiltà di Tiahuanaco si affermò soprattutto per la grande padronanza delle tecniche agricole.

A essa è probabilmente dovuta la domesticazione della patata, che, una volta esportata in Europa nel XVII secolo, rivoluzionò l’economia della produzione agricola. L’uso estensivo dei terrazzamenti («camellones») sulle rive del Lago Titicaca, che permetteva la coltivazione in alta quota della quinoa e del mais, così come la produzione e il commercio della lana di alpaca, diedero forza all’organizzazione politica di Tiahuanaco, al punto che a partire dal I secolo d.C. estese la sua dominazione a un’area geografica di quasi 600mila chilometri quadrati.

La grande ricchezza della città permise la costruzione di importanti edifici in pietra, e di imponenti infrastrutture per l’irrigazione e per le comunicazioni, con strade pavimentate per il trasporto delle merci con i lama. Non c’è pieno accordo tra gli archeologi sulla struttura politica di Tiahuanaco: alcuni sostengono che fosse un impero centralizzato, altri ritengono invece fosse una sorta di federazione di città e villaggi con relativa autonomia, tenuti insieme da un’egemonia culturale, come dimostrato dalla presenza di colonie urbane di Tiahuanaco in diverse parti della costa del Pacifico, ma senza una vera e propria continuità territoriale.

Quel che è certo è che Tiahuanaco divenne il più importante centro urbano dell’America meridionale prima dell’espansione dell’impero Inca, raggiungendo forse una popolazione di 20mila abitanti. La città divenne il principale centro di pellegrinaggio dell’area andina e attirava visitatori che arrivavano con carovane di lama per il commercio e le offerte agli dèi. Probabilmente anche la costruzione dei maestosi templi fu il risultato di uno sforzo collettivo di carattere religioso. Nonostante i cambiamenti avvenuti nell’area nel corso dei secoli, i principali monumenti sono tuttora leggibili e sono stati restaurati nell’ultimo secolo.

Il più imponente di Tiahuanaco è il Tempio di Akapana, una piramide con una base che misura 257x197 metri, originariamente con sette piattaforme sovrapposte, con muri di sostegno in pietra che raggiungevano un’altezza di oltre 17 metri. Solo il livello inferiore e parte di una delle pareti intermedie sono oggi intatte. Al suo centro si trova una corte parzialmente interrata, che è stata in gran parte distrutta, fin da tempi antichi, dai saccheggiatori alla ricerca di tesori. Le indagini hanno dimostrato che la piramide era originariamente rivestita in pietra blu e sormontata da un tempio, come era consuetudine nelle piramidi mesoamericane.

Il Pumapunku è una grande piattaforma cerimoniale (167x116 metri) situata nell’asse est-ovest della grande piramide, realizzata con enormi blocchi di pietra, il più grande dei quali pesa oltre 130 tonnellate. A nord dell’Akapana si trova la Kalasasaya, un grande tempio aperto rettangolare che misura 128x126 metri, probabilmente con funzioni di osservatorio astronomico, circondato da grandi muri in pietra. L’interno contiene la monumentale Porta del Sole, uno dei monumenti più importanti di Tiahuanaco, realizzato con una sola lastra di andesite (ora spezzata in due frammenti) tagliata in forma di portale, con un grande fregio in bassorilievo raffigurante una divinità in piedi su una piattaforma a gradini, che indossa un elaborato copricapo ed è fiancheggiata da uccelli antropomorfi.

Il cosiddetto Tempio semisotterraneo, le cui pareti sono costituite da 48 pilastri di arenaria rossa, presenta incastonate lungo i muri molte teste di pietra scolpite, che probabilmente simboleggiano una pratica di esposizione delle teste mozzate dei nemici sconfitti. Molti altri templi ed edifici esistono nelle zone circostanti l’area archeologica principale, come per esempio il grande tempio scoperto dagli archeologi nell’Isola della Luna nel Lago Titicaca, benché ampia parte delle costruzioni di Tiahuanaco abbia subito nei secoli grandi distruzioni, spesso finalizzate al recupero delle pietre come materiale da costruzione.

Queste perdite non hanno facilitato la conoscenza della civiltà di Tiahuanaco, che non possedeva la pratica della scrittura, e la cui lingua, il Puquina, è oggi estinta (anche se alcuni pensano che la lingua dei popoli Mapuche del Cile meridionale discenda da questa, forse a seguito di migrazioni provocate dal collasso di Tiahuanaco). Qualche descrizione di Tiahuanaco ci è giunta attraverso le cronache del conquistatore spagnolo Pedro Cieza de León (1520-54), ma si tratta di osservazioni fatte oltre mezzo millennio dopo la fine di Tiahuanaco. Non sappiamo quindi con precisione che cosa portò alla decadenza e alla fine di questa civiltà (e di quella, contemporanea, di Huari).

È stata avanzata l’ipotesi di un collasso dovuto a una prolungata siccità, che avrebbe messo in crisi i sistemi di produzione agricoli a terrazze. Ma altre ipotesi sono state formulate, sulla base di riscontri archeologici, che evidenziano distruzioni e incendi, legati chiaramente a conflitti interni, con il conseguente abbandono delle città. Con la sua annessione nel Tahuantinsuyo, l’Impero Inca (1476-1534), Tiahuanaco ritrovò, ma solo per il breve periodo precedente la conquista spagnola, la sua importanza come centro cerimoniale.

L'autore dell'articolo, Francesco Bandarin, è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale e vicedirettore generale per la Cultura dell’Unesco dal 2010 al 2018.

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020


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