Tenacia, perseveranza e precarietà al New Museum

Alla Triennale del museo newyorkese i temi erano già stati scelti prima della pandemia, ma dopo il Covid-19 sono esplosi in tutti i loro significati

Margot Norton (Cortesia del New Museum. Foto Scott Rudd) e Jamillah James (Foto Paul Mpagi Sepuya), curatrici della quinta Triennale del New Museum
Federico Florian |  | New York

La Triennale del New Museum è la prima rassegna al mondo per artisti emergenti, americani e non. Le curatrici Margot Norton e Jamillah James ci anticipano scopo e significato della quinta edizione, intitolata «Soft Water Hard Stone» e in programma dal 28 ottobre al 23 gennaio.


Il concept di questa Triennale ruota attorno ai concetti di tenacia e perseveranza, forse in linea con il momento storico che stiamo attraversando. Qual è l’idea curatoriale alla base della rassegna?

Margot Norton: Quando io e Jamillah siamo state invitate a curare la Triennale, per noi è stato fondamentale non partire da un tema predefinito, ma piuttosto lasciarlo emergere dalle conversazioni che abbiamo avuto con gli artisti durante la ricerca. Una delle idee ricorrenti era quella di precarietà e incertezza: la sensazione che le strutture che un tempo si credevano stabili si rivelassero guaste o sull’orlo del collasso, bisognose di una revisione cruciale o di un aggiustamento. Ma in realtà è stato prima della pandemia che abbiamo definito il tema e il titolo della mostra, anche se l’ultimo anno e mezzo non ha fatto altro che confermare e dare un nuovo significato a nozioni come tenacia, perseveranza e soprattutto precarietà. Il titolo «Soft Water Hard Stone» deriva da un proverbio brasiliano, ma presentae anche in altre culture.

Questo proverbio informa un lavoro di Gabriela Mureb ed è stata proprio lei a parlarcene a Rio de Janeiro. Lo si può tradurre «L’acqua colpisce la dura roccia fino a che può scavarne un buco» e ha due significati: il primo è il forte impatto che persino i gesti più piccoli possono avere nel tempo, e il secondo riguarda l’inevitabilità del cambiamento, una lezione che abbiamo imparato tutti quanti in questi ultimi mesi. Abbiamo cominciato a invitare il primo giro di artisti appena prima che scoppiasse la pandemia, e poi abbiamo proseguito il processo di ricerca a distanza, dal momento che viaggiare non era più consentito.


Come ha influito la pandemia sulla ricerca e selezione degli artisti?

Jamillah James: Continuare a lavorare sulla mostra e adattare la nostra ricerca alle nuove circostanze è stato di per sé un esercizio di tenacia. Incontrare gli artisti, discutere del loro lavoro di persona e persino vedere i lavori fisicamente non era più possibile, pertanto ci siamo dovute affidare a un modello di ricerca online. L’aspetto positivo è che così abbiamo potuto condurre molteplici conversazioni senza doverci spostare tra un continente e l’altro: in un giorno solo potevamo fare una call con un artista in India, e subito dopo con uno di Berlino o di Dallas.

Come ha detto Margot, i temi e il titolo sono emersi prima del lockdown. Concetti come quelli di perseveranza, resistenza e trasformazione politica possiedono un’attualità legata non solo alla pandemia. Basti pensare alle proteste che hanno scosso il mondo l’estate scorsa, e al fatto che le istituzioni artistiche abbiano subito uno scrutinio da parte degli artisti per certe pratiche scorrette. Gli artisti in mostra, che provengono da 23 Paesi del mondo, affrontano tutti una serie di questioni specifiche della loro pratica, ma che sono un riflesso dei cambiamenti nel paesaggio culturale e sociopolitico.


Il comunicato ufficiale della rassegna afferma che «la Triennale riconosce artisti che reimmaginano modelli, materiali e tecniche tradizionali al di là di paradigmi istituzionali consolidati». In che modo?

MN: Molti artisti in mostra adottano un atteggiamento di radicale sperimentazione servendosi di materiali e tecniche non ordinari o tradizionali. Mettono in discussione valori e gerarchie e lo fanno utilizzando sostanze organiche o scarti della vita quotidiana per riconfigurali in qualcosa di completamente nuovo e originale. È per questo che molti dei lavori esposti risultano fragili e volubili, eppure monumentali in termini di dimensioni ed energia espressiva.

Per fare qualche esempio, «Lonely Planet» (2021) di Samara Scott, un’opera creata appositamente per la rassegna e installata sulla facciata di vetro del museo, è composta da motivi astratti prodotti con sostanze quali ammorbidente, bibite energizzanti e gel per capelli, e oggetti vari fra cui vecchie magliette, cicche di sigarette e gioielli rotti. «HOLDINGS» (2020-in corso) di Nadia Belerique, invece, si compone di una serie di barili di plastica bianca usati per spedire merci via mare. Ogni barile fa da cornice o contenitore ad assemblage di oggetti, fotografie e liquidi vari, e ciascuno è ricoperto da uno strato di vetro colorato simile a una lente. Le superfici traslucide del vetro e dei barili creano come un muro permeabile dal quale gli oggetti possono essere contemplati
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JJ: Ma anche il tempo e la storia divengono materiale di lavoro per certi artisti in mostra, nelle cui opere determinate informazioni storiche sono presentate in modo innovativo, non tradizionale. Alcuni di loro lavorano con gli archivi o mettono in discussione il modo in cui i musei presentano o archiviano le informazioni, come reazione alle modalità con cui la storia tende a essere rappresentata nelle istituzioni. Ad esempio, «An amplification through many minds» (2019) di Tanya Lukin Linklater è una performance concepita per la macchina da presa e realizzata nei sotterranei della Kroeber Hall nella University of California a Berkeley. Qui l’artista e i ballerini attivano oggetti della cultura indigena, ora in deposito, attraverso la relazione e il movimento, innescando riflessioni sulla provenienza dei manufatti, sulla natura delle collezioni museali e sull’allestimento museologico.

L’opera di Kang Seung Lee, invece, affronta il tema della «genealogia queer» attraverso disegni e ricami. In particolare, Lee rende omaggio a tre figure della comunità LGBTQ+: Harvey Milk, uno fra i primi politici gay che si batté a favore dei diritti degli omosessuali e finì assassinato; il regista inglese Derek Jarman, la cui fondamentale ricerca ha contribuito a fondare il Nuovo Cinema Queer degli anni ’90; infine l’artista e attivista coreano Joon-soo Oh, che ha sfidato e affrontato pubblicamente lo stigma che colpiva le persone affette da Hiv e Aids in Corea.



In che cosa questa Triennale si differenzia dalle precedenti?

La Triennale è nata nel 2009 con una mostra a cura di Lauren Cornell, Massimiliano Gioni e Laura Hoptman («The Generational Triennial: Younger than Jesus»), che presentava artisti che all’epoca avevano tutti meno di 33 anni, quindi nati tra il 1976 e il 1986. Negli anni seguenti l’esposizione ha cambiato nome e volto, divenendo ufficialmente Triennale del New Museum: si trattava di dare meno importanza all’età come fattore determinante per la nozione di «generazione» o «artista emergente», e di concentrare invece l’attenzione sul carattere internazionale della rassegna.

Io e Margot siamo sempre state consapevoli del fatto che «emergente» non rappresenta una categoria fissa, in cui l’età ha sempre meno peso rispetto alla traiettoria creativa e alla visibilità dell’artista. Questa edizione presenta artisti nati tra il 1975 e il 1993, provenienti da sei (o sette) continenti, e che lavorano in una gamma di discipline diverse. È una rassegna che rappresenta una piattaforma senza eguali per artisti emergenti da tutto il mondo, alcuni dei quali esporranno qui negli Stati Uniti per la prima volta
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© Riproduzione riservata Una still di «Becoming Alluvium» (2019) di Thao-Nguyen Phan. Cortesia dell’artista e dell’Han Nefkens Foundation
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