Tavakolian: «Vi faccio vedere l’orrore del mio Iran»

Al Mudec il coraggio degli scatti dell’autrice quarantaduenne, vincitrice della prima edizione del Photo Grant Deloitte

«Portrait of a journalist in Tehran», dalla serie «And They Laughed At Me», di Newsha Tavakolian
Ada Masoero |  | Milano

Le atrocità perpetrate dal regime iraniano sulla popolazione, e specialmente sulle donne, fanno inorridire il mondo: uno dei metodi di tortura della polizia è l’accecamento di chi non soggiace alle norme, sparando negli occhi proiettili di gomma. Con incredibile coraggio, la fotografa Newsha Tavakolian (Teheran, 1981, educatrice, artista e fotografa di Magnum Photos, vincitrice di premi come il Carmignac Gestion Award e il Prince Claus Award) ha documentato questo orrore e, con immagini d’archivio, scatti inediti e fotogrammi si è, come dice lei, «sostituita agli occhi seviziati» dei suoi connazionali dando vita al progetto «And They Laughed at Me», con il quale ha vinto la prima edizione del Photo Grant di Deloitte.

Quel progetto è ora al centro della mostra omonima (catalogo 24 Ore Cultura) ordinata da Denis Curti, che del Photo Grant Deloitte è il direttore artistico, al Mudec dal 13 dicembre al 28 gennaio 2024. Tema di questa edizione d’esordio del concorso, promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte e in collaborazione con 24 Ore Cultura e con il team di Black Camera, è «Connections».

Ogni partecipante ha lavorato sugli aspetti più diversi del concetto: umani, professionali, economici, ambientali. Tavakolian ha dato voce a chi ha subito questa violenza indicibile: «Da quando ho iniziato a fotografare, all’età di 16 anni, la società iraniana è stata ciclicamente spinta sull’orlo del precipizio. Ci sono stati così tanti eventi, che la vita è diventata una continua corsa verso un avanti indefinito, dove anche il concetto di “ieri” è stato presto dimenticato. A 42 anni continuo a vivere e lavorare in Iran, determinata a testimoniare visivamente la mia versione della storia di questo Paese. A volte sono riuscita a lavorare per strada come fotografa, mentre, in momenti di grande censura, ho trovato altri modi per contribuire a testimoniare i cambiamenti e gli eventi che inevitabilmente continuano a plasmarci. Quando poi, negli ultimi anni, mi è stato proibito di partecipare alla vita pubblica, come terapia ho iniziato a scansionare i miei vecchi negativi. A suo tempo avevo scartato molte immagini perché non urgenti o troppo formali, ma ora capisco quanto esse riescano ancora a trasmettere il fuoco di un cambiamento radicale e profondamente desiderato. In parallelo, sto traducendo eventi recenti e inattesi turbamenti politici in nuove immagini».

Dopo il suo primo cortometraggio «For the Sake of Calmness», ora sta lavorando alla produzione del primo lungometraggio, tra Iran e Romania. Insieme al lavoro di Tavakolian, è esposta al Mudec anche l’idea progettuale «Dust from Home» della giovane fotografa e videoartista brasiliana Fernanda Liberti (Rio de Janeiro, 1994), vincitrice dell’open call per la generazione under 35, che nelle sue immagini riflette sulle antinomie del paesaggio della sua città, caotica ma immersa nella natura selvaggia del mare e dalla foresta pluviale, mentre ne analizza anche il «paesaggio umano», in continua evoluzione, studiando ruoli ed esperienze degli afrodiscendenti, delle donne, delle persone Lgbtq+.

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