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Tango triste e Bella Ciao

La malinconia, da qualche edizione, sembra essere la musa ispiratrice di curatori e artisti chiamati a rappresentare l’arte del nostro Paese. Il labirinto dechirichiano di Milovan Farronato, cioè l’allestimento, è forse l’opera più convincente

Alcune opere di Enrico David al Padiglione Italia. Foto Italo Rondinella. Cortesia La Biennale di Venezia

Ci sono cose che non si possono dire (ad esempio che l’assegnazione del Leone d’oro al Padiglione Lituania è stato, durante la vernice, il segreto peggio custodito della Biennale di Venezia) e altre che è difficile ammettere. Ad esempio che dal 2007, da quando cioè il Padiglione Italia ha ottenuto un suo spazio autonomo all’Arsenale, alle tese delle Vergini, le mostre riuscite siano state soltanto due: quella, appunto, di 12 anni fa, quando Ida Gianelli cavò dal cilindro la strana coppia Penone-Vezzoli, e quella di due anni fa, curata da Cecilia Alemani che chiamò Adelita Husni-Bey, Roberto Cuoghi e Giorgio Andreotta Calò, giocando anch’essa su registri diversi.

Ci si è avvicinato, in questa edizione, Milovan Farronato. Il curatore ha ottimamente risolto uno dei problemi più angoscianti posti dell’enormità dello spazio, frantumandolo caleidoscopicamente in un labirinto con arcate dechirichiane. Ha optato per una mostra non urlata bensì sussurrata, affidandosi a tre artisti che conosce bene e qui sono cominciati ...
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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