Tabibnia: «Ho molto studiato, molto imparato e mi sono molto divertito»

Il gallerista compie 40 anni di attività che ha dedicato non solo alla vendita, ma anche allo studio approfondito dei tappeti antichi

Veduta della Galleria Moshe Tabibnia Moshe Tabibnia
Ada Masoero |  | Milano

Sono trascorsi esattamente 40 anni da quando Moshe Tabibnia, nato a Teheran nel 1957, oggi fra i più autorevoli galleristi e studiosi del tessile antico, arrivava in Italia da Israele, dov’è cresciuto e si è formato, e apriva una galleria di antiquariato e tappeti antichi prima a Bormio, poi a Milano (specializzandosi nel solo tessile), facendo della sua galleria, oggi in via Brera 3, non solo uno spazio espositivo e di mercato ma un centro di studi e di divulgazione, un avanzato laboratorio di restauro e conservazione e il luogo da cui annodare rapporti costanti con musei e collezionisti internazionali.

Signor Tabibnia, nella sua famiglia c’era una tradizione antiquaria?

Per nulla. Non solo, ma quando venni in Italia, mi occupavo di elettronica. Poi, attraverso un parente che trattava antiquariato, ho appreso i primi rudimenti e allacciato i primi rapporti con quel mondo. È subito nata in me una vera passione e, dopo Bormio, nel 1986 ho aperto a Milano il primo showroom (di soli tappeti e arazzi). Ma quando nel 1992 ho capito che gli oggetti importanti iniziavano a rarefarsi, ho deciso di occuparmi personalmente della loro vendita, invece di affidarli ad altri. Non volevo perdere il contatto con l’oggetto né con il collezionista. E per pura casualità, passando un giorno in via dell’Orso, mi sono affacciato a questo cortile e me ne sono innamorato. Due mesi dopo, mi è stato offerto lo spazio in cui siamo ora, dove mi occupo anche di tessuti, velluti, ricami antichi.

Dall’elettronica al tessile antico il passo non è breve.

Credo che la mia formazione mi sia servita perché mi ha portato a guardare gli oggetti in modo più approfondito e rigoroso. Certo, poi ho molto studiato, ho molto imparato e mi sono anche molto divertito. Ho avuto un percorso indubbiamente fortunato.

La sua galleria è anche un Centro studi internazionale del tessile. E anche i rapporti con i musei sono fitti. Perché questa scelta
«allargata»?
L’idea era di occuparci del tessile a 360 gradi e non solo di mercato, studiandolo nel modo più ampio possibile, dalle indagini scientifiche dei coloranti e dei materiali alle provenienze, alle analisi storico artistiche. Insomma, la storia specifica di ogni oggetto. Ed è questa la parte per me più appassionante. Non mi ritengo, infatti, un vero mercante e so di non essere un bravo venditore: ho puntato perciò su oggetti di eccellente qualità e con un effettivo valore storico artistico. Collaboriamo con musei italiani e stranieri prestando alle mostre opere della nostra collezione, e a musei internazionali ho venduto tappeti del XV e XVI secolo, ma al centro del mio lavoro restano i collezionisti.

A questo proposito, qual è l’andamento del mercato di tappeti da collezione?

Il segmento alto registra da quattro-cinque anni un’impennata vistosa nei valori. E, rispetto alla seconda metà degli anni ’90, le quotazioni sono oggi mediamente dalle cinque alle dieci volte superiori. Ci sono tanti collezionisti internazionali e molti pensano di aprire un giorno un museo. Inoltre, il Louvre Abu Dhabi è tuttora alla ricerca di tappeti e, in Arabia Saudita, entro il 2030 apriranno 12 musei, uno dei quali dedicato all’arte islamica. Ma anche il tappeto «d’arredamento», purché di alta qualità, non si è mai fermato: io stesso ne ho acquistati in gran numero. Abbiamo 5mila oggetti tra tessuti, ricami, arazzi, tutti selezionati severamente: ci sono tappeti che sul mercato valgono milioni, esemplari unici del ’400 o ’500, in perfetto stato di conservazione, ma anche tappeti di villaggio, pienamente autentici, della fine dell’800, da 5-10mila euro. Anzi, un mio cruccio è che la mia galleria sia vissuta come un luogo «inavvicinabile» dalla gran parte delle persone. Invece a noi tutti fa molto piacere spendere mezz’ora per spiegare, raccontare a chi entra. Vorrei che accadesse più spesso.

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