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Studio Labics per Palazzo dei Diamanti

La risposta a Vittorio Sgarbi dei vincitori del concorso per l'intervento per Palazzo dei Diamanti a Ferrara

Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Foto: Wikipedia

Riceviamo e pubblichiamo una lettera dai fondatori di Studio Labics, vincitore del contestato concorso per l’intervento a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, in risposta all'appello lanciato a gennaio da Vittorio Sgarbi.


Ci sentiamo in obbligo di intervenire nel dibattito scaturito negli ultimi mesi sul concorso per il restauro e la riqualificazione di palazzo dei Diamanti. Gli argomenti sono molteplici: dal tema più generale dei concorsi in Italia, fino al caso specifico del presunto ampliamento. Vediamo di analizzarli uno ad uno.

Il concorso di progettazione
Il tema del concorso, che alcuni nel dibattito hanno definito «pretestuoso», non si può risolvere con poche battute come fosse argomento rilevante solo per gli addetti ai lavori; viceversa è un tema di grande importanza per tutti coloro i quali hanno a cuore la qualità dell’architettura e del paesaggio in Italia. Ci battiamo da anni insieme a molti altri colleghi per avere una legge per la tutela e la valorizzazione dell’architettura in Italia; una legge che identifichi l’attività progettuale come un’attività intellettuale e non una fornitura di servizi, come invece accade oggi nel codice degli appalti; una legge che identifichi nel concorso di progettazione la via maestra per la scelta del progetto migliore, così come accade negli altri paesi europei.

La scarsa qualità delle nostre periferie, luogo dove illustri esponenti di Italia Nostra hanno recentemente indicato debba risiedere l’architettura contemporanea, è dovuta alla mancanza di architettura di qualità, oltre che a una pianificazione spesso sbagliata. Per troppo tempo ci siamo impegnati a «preservare» i centri storici dimenticandoci i disastri che si compivano poco più in là, in un atteggiamento miope che ha portato alla distruzione di gran parte del paesaggio italiano, fondato sul rapporto organico tra paesaggio naturale e paesaggio antropico. Dovrebbe essere interesse di tutti tutelare e promuovere l’istituto del concorso come unico strumento che la società civile si può dare per promuovere l’architettura di qualità; metterlo in discussione è dunque cosa molto grave.

La forma del dibattito
Il dibattito scaturito in questi mesi è quantomeno singolare nella forma, oltre che nei contenuti. Non si può infatti condurre un dibattito serio su un argomento tanto delicato attraverso slogan riduttivi, spesso offensivi, urlati sui giornali, sulla rete, alla radio o in televisione. Non è questa la forma e la sede giusta, oltre che il momento opportuno. Se qualcuno avesse voluto fare opposizione, si sarebbe dovuto interessare due anni fa, al momento dell’annuncio del concorso pubblico. Sui destini del Palazzo dei Diamanti è giusto dibattere, anzi doveroso! Ma non è lecito fermare il processo oggi in atto: non si può annullare il lavoro prezioso svolto per anni dall’amministrazione che ha organizzato il concorso (con soldi pubblici), il lavoro dei settanta progettisti che vi hanno partecipato, il lavoro dei professionisti che hanno sviluppato il progetto vincitore.

La propaganda
Ci sembra necessario a questo punto fare chiarezza su alcune argomentazioni addotte contro il progetto ed i progettisti per dimostrarne l’infondatezza:

«L’intervento soffoca il rapporto dell’edificio con lo spazio aperto della città»: falso!
Il luogo dove insiste il progetto, il brolo, ovvero l’antico frutteto di pertinenza del Palazzo, non ha nessun rapporto con lo spazio aperto della città. Si configura oggi come un luogo chiuso da un alto muro – più alto del progetto in questione – che lo separa dal resto della città.

«Il progetto costituisce l’ampliamento del Palazzo dei Diamanti»: falso!
Il nuovo padiglione si configura come una addizione che non può essere definita ampliamento. Perché? Per la dimensione, per il linguaggio utilizzato, per la materia con cui è fatto. Insomma, non è possibile confondere, per chi si intende di architettura, un padiglione con un ampliamento.

«Il codice dei beni culturali (D.lgsl. 42/04) vieta la realizzazione del progetto»: falso!
Nessuno degli articoli del Codice dei Beni Culturali vieta la realizzazione di un intervento moderno in prossimità di un bene tutelato. Riportiamo solo quello più pertinente tra quelli citati, l’art. 20, comma 1: «I beni culturali non possono essere distrutti, danneggiati o adibiti a usi non compatibili con il loro carattere storico e artistico oppure tale da recare pregiudizio alla loro conservazione».
Il nuovo padiglione non distrugge, né danneggia, né infine reca danno al Palazzo dei Diamanti in alcun modo. È completamente staccato da esso rispettando i principi di base del restauro: reversibilità (non perché smontabile ma perché consente il «ritorno allo stato precedente» senza alterazioni al monumento), riconoscibilità, minimo intervento, compatibilità.

«Gli architetti non conoscono il nome dell’architetto autore del palazzo»: falso!
L’articolo a cui fa riferimento l’on. Sgarbi non è stato scritto da noi, ma è apparso su un sito web (professionearchitetto) che ha provveduto, ormai da tempo, ad assumersene pubblicamente la paternità.

Architettura viva
Infine veniamo al cuore della discussione: il rapporto tra i monumenti (antichi o moderni) e l’architettura contemporanea. È possibile intervenire accanto ad un capolavoro? Non solo crediamo sia possibile ma in alcuni casi anche auspicabile, perché l'architettura è visione del futuro, è un’arte viva, che per sua stessa natura (e soprattutto a differenza delle altre arti) ben accetta la possibilità di essere modificata, riscritta, riutilizzata.

Non possiamo essere d'accordo con il professor Cervellati (che stimiamo e rispettiamo) quando afferma che il Palazzo dei Diamanti debba rimanere monumento di sé stesso; non è mai stato così nella storia del nostro paese e in generale nella storia dell’architettura. Crediamo invece che Palazzo dei Diamanti debba continuare a vivere ed essere fruito dal pubblico; debba continuare ad essere utile, poiché l’utilitas, insieme alla firmitas (solidità) e alla venustas (bellezza) sono componenti imprescindibili dell’architettura, come già affermava Vitruvio. Ridurre il Palazzo a puro monumento di sé stesso equivarrebbe a degradarlo ad opera scenografica, a pura immagine.

Numerosi sono gli esempi, passati e recenti, di interventi di architettura dettati dalla necessità di rendere più fruibili monumenti antichi o moderni. L'elenco è davvero lunghissimo, ci limitiamo in questa sede a ricordarne solo alcuni: dalla sopraelevazione di Baldassarre Peruzzi al teatro di Marcello a Roma fino a, in tempi più recenti, l’addizione di Gwathmey Siegel al Guggenheim di New York di Frank Lloyd Wright, l’ampliamento della National Gallery di Londra di Robert Venturi, la nuova torre scenica disegnata da Mario Botta (stranamente uno dei firmatati della famosa petizione...) per la Scala di Milano del Piermarini (Scala di Milano che sarà peraltro nuovamente ampliata, sempre con Mario Botta, con una torre alta ben 36 metri!!­). In modo diverso sono sempre stati dettati da esigenze d’uso anche gli interventi di Renzo Piano vicino alla cappella di Ronchamp, di Mario Bellini all’interno del Louvre, gli ampliamenti del Prado di Rafael Moneo, del British Museum e molti, molti altri ancora.
Ci domandiamo: queste addizioni hanno modificato l’immagine originale? Sono stati deturpati i monumenti? Non vi è una risposta univoca, ovviamente. Possiamo solo ricordare che per ciascuno degli interventi citati ci furono lunghissimi e accesi dibattiti, ma gli interventi si sono fatti.

Peraltro Palazzo dei Diamanti, a differenza di tanti altri esempi citati nel corso delle polemiche, è già un palinsesto, un edificio che ha subito nella storia una crescita disorganica facilmente riscontrabile nel complesso.

In questo momento ci troviamo dunque di fronte a un nuovo bivio della sua storia: come poter collegare le due ali in modo che sia garantita una circolazione anulare.
In passato, probabilmente durante il XVII secolo, come testimonia una stampa di Andrea Bolzoni del 1747, il problema fu risolto attraverso la costruzione di un corpo di fabbrica (oggi rimosso) lungo il muro che separa il cortile principale dal giardino retrostante. Ora, crediamo sia necessaria una risposta differente rispetto alla riproposizione tout court di questo schema come suggerito da alcuni. Crediamo che l’ipotesi migliore, quella maggiormente rispettosa del monumento e della sua logica strutturale, sia quella vincitrice del concorso: un padiglione staccato dal Palazzo, che lascia un vuoto dietro al muro di separazione del cortile, rigoroso nella struttura e nella geometria.
Pensiamo non sia giusto nascondersi dietro l’idea di fare l’ennesimo temporaneo, fintamente effimero, padiglione ma cercare di fare Architettura.
Questo è il nostro dovere!

Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, edizione online, 8 febbraio 2019


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