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Street Art | A Venezia c’è una ragazza in cattive acque

In tema di affreschi insistenti su un immobile vincolato, a cui può essere assimilata per analogia un’opera di Street art, è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione

La bambina con il razzo rosa, opera di Banksy a Dorsoduro. Cortesia Lapo Simeoni

«Lo sai cosa mi piace della Street art? È che invecchia come le persone». La frase del film «Bangla», che romanticamente descrive gli effetti del tempo sulle opere di Street art, ha rischiato di non essere calzante per la bambina con il razzo rosa che Banksy ha realizzato a pelo d’acqua su un palazzetto vincolato dalla Soprintendenza a Dorsoduro nel mese di maggio di quest’anno.

Dopo appena pochi mesi di vita, l’opera, di cui al momento non si conosce ancora lo stato di conservazione, è rimasta per giorni immersa nell’acqua alta di Venezia, come i mosaici di San Marco e come i migranti di cui è simbolo, rischiando di andare distrutta.

Viene spontaneo domandarsi se anche la distruzione di quest’opera fosse stata premeditata da Banksy che aveva già in precedenza dimostrato di utilizzare tale strumento come performance per dar forza al suo messaggio con la «Girl with Balloon», che è stata fatta a striscioline da Sotheby’s nel 2018.

La tesi potrebbe essere confortata anche dalla performance «Venice on Oil», con la quale l’artista ha preso una forte posizione contro le Grandi Navi in laguna e l’inquinamento che le stesse arrecano all’ecosistema da molti considerato uno dei fattori che hanno contribuito a provocare i danni derivanti dalla straordinaria ondata d’acqua alta.

In tema di affreschi insistenti su un immobile vincolato, a cui può essere assimilata per analogia un’opera di Street art, è intervenuta, incidenter tantum, la Suprema Corte di Cassazione a S.U. con sentenza del 9 dicembre 1985, n. 6180, precisando che gli stessi diventano beni immobili per destinazione e che il vincolo si estende implicitamente anche ai medesimi affreschi che costituiscono un unicum con il palazzo vincolato, quali pertinenze ai sensi dell’art. 817 c.c. e di cui seguono il medesimo regime con applicazione agli stessi anche delle norme di protezione, ivi compreso l’art. 30 del Codice dei Beni culturali che impone anche ai privati proprietari, possessori o detentori di beni culturali, di garantire la conservazione del bene.

Se, quindi, l’intenzione più o meno recondita di Banksy fosse stata quella di lasciare che il mare simbolicamente distruggesse la bambina con il razzo rosa, a proteggerla resterebbe sempre il Codice dei Beni culturali che impone ai proprietari del palazzetto di impedirne la distruzione e di restaurarla a proprie spese.

Gloria Gatti, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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