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Archeologia

Stonehenge? Opera di migranti anatolici

Nuove ricerche pubblicate su «Nature» fanno risalire l'erezione del celebre complesso megalitico a popolazioni dell'Asia minore

Il complesso megalitico di Stonehenge

Londra. Chi ha costruito il complesso megalitico di Stonehenge, il monumento preistorico più famoso al mondo? Nuove ricerche pubblicate recentemente sulla rivista «Nature», imperniate sullo studio del Dna delle popolazioni delle isole britanniche in epoca neolitica, fanno pensare che sono probabilmente stati i discendenti di immigrati provenienti dall’Anatolia 6mila anni fa.

Le stesse popolazioni che avevano costruito, già qualche millennio prima, le strutture cultuali di Gobeklitepe nell’attuale Turchia. Questa interpretazione nasce dal fatto che i locali erano cacciatori-raccoglitori, mentre i nuovi arrivati agricoltori e allevatori: hanno portato con loro le loro tecniche, sia agricole sia costruttive.

Gli scienziati britannici e statunitensi autori del saggio hanno infatti individuato similarità genetiche tra le popolazioni sedentarizzate (in epoche successive) dell’Anatolia, della penisola iberica, della Gran Bretagna: un’ondata migratoria di persone e di idee, seguendo il Mediterraneo e l’Atlantico. Ed è esattamente lungo questa direttrice che si concentrano i monumenti megalitici conosciuti, fino per l’appunto a Stonehenge.

Un altro studio pubblicato stavolta su «Science Advances», dedicato al sito di Asikli Hoyuk in Cappadocia centrale, fa invece luce sulle dinamiche di addomesticamento nel Neolitico. Il metodo utilizzato è inusuale, l’esame della concentrazione di sali provenienti da urine: più ricchi di sali i depositi, più numerose le popolazioni di uomini, pecore e capre.

I risultati indicano livelli di sali fino a mille volte superiori nel periodo tra 10mila e 9.700 anni fa rispetto a quelli delle prime fasi di insediamento, fanno pensare a un processo molto più rapido di quanto ipotizzato in precedenza, avallano la tesi della «rivoluzione neolitica» sviluppatasi simultaneamente in più centri della Mezzaluna fertile.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019



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