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SPECIALE BIENNALE | Rugoff: «Attenti a quei cinque»

Gli artisti da tenere d’occhio inclusi nella sua mostra

«Walled unwalled» di Lawrence Abu Hamdan. Cortesia dell’artista, Biennale de l’Image en Mouvement e Maureen Paley, Londra. Foto Mathilda Olmi © Centre d’Art contemporain, Ginevra

Ralph Rugoff infrange un altro tabù esprimendo alcune sue preferenze. Ecco, secondo lui, chi sono i cinque artisti inclusi nella sua mostra particolarmente interessanti in questi «tempi interessanti».

Reportage senza retorica
Sotham Gupta (nato nel 1988 in India, vive e lavora a Calcutta) presenta due diversi gruppi di fotografie da una serie che ha realizzato lavorando nella periferia di Calcutta. Si tratta in gran parte di immagini di persone che vivono in strada o si trovano in giro per strada di notte, e ci sono anche alcune straordinarie immagini di edifici, spesso trascurati, dall’aspetto abbandonato e sinistro. Le foto delle persone sono sorprendenti e quello che mi colpisce è che Gupta ha lavorato con i soggetti che stava fotografando. In certi casi hanno usato degli arredi scenici, in altri hanno studiato il tipo di posa o di gestualità che volevano cogliere, ma sono sempre coinvolti nella realizzazione dello scatto e si vede nel risultato finale. L’artista trasmette il ruolo di questi soggetti come agenti attivi o partecipanti e non solo come modelli passivi di fotogiornalisti bigotti o di uno sguardo pietoso e compassionevole. Non importa quanto alcuni visi sembrino disperati o sofferenti, si percepiscono davvero queste persone come individui la cui umanità è simile alla nostra e questo è un risultato davvero sorprendente.

Narcotica erotica
Jill Mulleady (nata nel 1980 a Montevideo, in Uruguay, vive e lavora a Los Angeles) ha reagito in modo esemplare alla mia suddivisione del format tra le due sedi. Ha realizzato due serie di quadri, che hanno entrambe il loro punto di partenza nella struttura del «Fregio della vita», gruppo di dipinti di Edvard Munch. Ma li ha sviluppati in modo completamente diverso. Un gruppo è molto più lirico, con coppie erotiche o singoli individui in uno stato narcotico, anche questo semierotico. L’altra serie, che è esposta all’interno dell’Arsenale, è formata da un gruppo di scene più violente: scontri tra polizia e civili, tortura, disastri urbani; sono composizioni più destabilizzate. Ma in entrambe le serie la pittura non è trattata in modo espressionistico e c’è l’idea che l’immagine non sia tanto un quadro quanto piuttosto un’interfaccia, uno strumento per osservare come i corpi e le emozioni e la nostra attenzione agiscano all’interno dello spazio sociale sempre più virtuale in cui viviamo.

Udire è sentire

Lawrence Abu Hamdan (nato nel 1985 ad Amman, in Giordania, vive e lavora a Beirut, in Libano) si definisce un «testimone uditivo», in contrapposizione a quello oculare. Ha iniziato come musicista sperimentale per poi proseguire realizzando opere sul suono e l’uso forense delle registrazioni e della sorveglianza audio. Uno dei temi della mostra sono le pareti e le barriere. La sua opera «Walled Unwalled» è davvero un pezzo fondamentale della mostra. Lawrence è in quello che era il quartier generale della radio di Stato della Germania dell’Est a Berlino, gli studi della Funkhaus. Parla di casi legali nei quali il suono e l’informazione venivano ascoltati dalle persone o usando tecniche di sorveglianza dalla polizia o dai militari, e dell’idea che non esistano più pareti per proteggere la nostra privacy. Cita il caso di Oscar Pistorius, lo sprinter dei giochi paraolimpici che ha ucciso la sua fidanzata. Uno dei testimoni chiave è stata una persona che la sentì urlare dal bagno prima che lui le sparasse attraverso la porta. Nelle parole di Lawrence: «Oggi ci sono pareti dappertutto, ma non esistono più pareti».

Una colf sotto assedio

Martine Gutierrez (nata a Berkeley, in California, nel 1989, vive e lavora a New York) esplora la complessità dell’identità. Ha realizzato un magnifico libro che ricorda l’«Interview Magazine», dal titolo Indigenous Woman. Si tratta di un corpus di opere epiche, nelle quali l’artista è presente in tutti gli articoli di moda e anche negli annunci fake. Le sue opere sono una parodia della presentazione di un’identità etnica, tra cui, in una serie, anche le divinità demoniache maya. Alcune di queste opere sono presenti alla Biennale e sono molto colorate. Poi c’è una magnifica serie di grandi stampe in bianco e nero, la «Body En Thrall», che sembra uscita da qualche strana telenovela in cui l’artista compare come governante in una casa di ricchi e sembra spesso in pericolo, in una posizione dove è stata trasformata in oggetto sessuale. Ciò che è particolare è che tutte le altre figure in queste foto, e ce ne sono parecchie, sono dei manichini vestiti dall’artista stessa. In queste foto sembra di stare in una strana zona grigia.

Dal collage a Instagram
Ho visto il mio primo lavoro di Frida Orupabo (nata 1986 in Norvegia, vive e lavora a Oslo) in una mostra curata da Arthur Jafa. È una sociologa e ha dato vita a un interessante esperimento su Instagram, adottato anche da Arthur, che l’ha invitata a fare un’opera che potesse essere esposta in galleria. Frida Orupabo ha allora creato questi magnifici collage su supporto di alluminio che prendono spunto da immagini storiche di donne di colore. Sono potenti e disarmanti. Alcune innescano una reazione a scoppio ritardato perché ci si accorge che ha fatto qualcosa di davvero strano ai corpi: ha girato le teste al contrario o le gambe ad angoli improbabili. Lavora con questo materiale molto denso di significato e sembra trasmettere il senso di una storia di oppressione molto profondo, ma anche un testamento alla resistenza e alla sopravvivenza. Propone anche un’installazione su nove schermi che prende spunto dalla sua attività su Instagram, quindi si tratta probabilmente della prima opera Instagram presente a una Biennale di Venezia. Sembrava giunta l’ora; per molte persone oggi è il modo principale di guardare le immagini.

Ralph Rugoff, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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