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SPECIALE BIENNALE | I padiglioni scelti da «Il Giornale dell’Arte» e «The Art Newspaper»

Il linguaggio e l’incomunicabilità fra i temi dominanti dei 90 Paesi partecipanti

«Assembly» (2019) di Angelica Mesiti nel Padiglione dell’Australia. © Bonnie Elliott. cortesia dell’artista e Anna Schwartz Gallery, Australia e Galerie Allen, Parigi

Betlemme, in un anno imprecisato del futuro, in un pianeta devastato da un disastro ecologico. Al capezzale di un’anziana in punto di morte, fondatrice di un vivaio sotterraneo, una giovane donna che non ha mai visto la luce naturale ne riceve l’eredità spirituale, le memorie, il messaggio affinché, destinata a trasferire ciò che è nato nel sottosuolo nella terra che non ha mai calpestato, quella in superficie, possa forse «vivere in tempi interessanti», come recita il titolo della mostra di arti visive della Biennale di Venezia. Vedremo questo e altro nel Padiglione della Danimarca, dove sarà di scena Larissa Sansour, una delle molte donne che partecipano a questa edizione delle «Olimpiadi dell’arte contemporanea». Quello offerto dall’artista danese è uno dei pochi sguardi rivolti al futuro nei padiglioni nazionali sparsi tra i Giardini di Castello, l’Arsenale e varie sedi cittadine.

Sono 90 in tutto, con l’esordio di Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. L’attenzione di commissari e artisti pare molto concentrata sul presente o sul passato, in un mix di correttezza politica, politica e basta e una diffusa ricerca di linguaggi adatti a comunicare in un mondo sempre più globalizzato, dove tra le categorie in crisi appare proprio la parola. Il tweet? Lo avevano già utilizzato, in maniera molto più sintetica e poetica, le popolazioni presenti in Turchia, Grecia e nelle Isole Canarie, comunicando, per superare le lunghe distanze, attraverso i fischi: è il tema dei video presentati nel padiglione australiano da Angelica Mesiti. Sui problemi legati alla comunicazione è incentrato il lavoro di Laure Prouvost, invitata a rappresentare il suo Paese nel padiglione francese e che opera attraverso video, scultura, pittura e installazione.

È un «translinguaggio» quello adottato dal popolo Sámi, stanziato tra Norvegia, Russia, Svezia e Finlandia: lo si parla, tra film, installazioni sonore e performance, nel padiglione finlandese, in un’opera multidisciplinare nella quale convergono i contributi di scrittori, registi, artisti, attivisti e designer. L’incomunicabilità è spesso il principale problema nelle strutture sanitarie: «eguaglianza» e «ascolto» diventano allora le utopie perseguite da «Field Hospital X», un progetto ideato e diretto dall’artista Aya Ben Ron con il curatore Avi Lubin e il produttore Miki Gov.

Nel Padiglione Israele il visitatore può compiere un’esperienza diretta intraprendendo un percorso di cura. Il Canada, invece, dà voce alla comunità Inuit, per la prima volta alla Biennale. Il pubblico può inoltre accedere a una mostra online del collettivo di artisti Isuma. Per la Germania, Natascha Sadr Haghighian, artista nata nel 1973 a Teheran, si presenta come Natascha Süder Happelmann, rivelando il disagio ma anche il divertimento, che si prova di fronte alle storpiature del proprio nome perpetrate dalle burocrazie di Paesi stranieri.

Comunicare cantando è infine l’obiettivo delle artiste Rugilé Barzdziukaité, Vaiva Grainyté e Lina Lapelyté, che stanno trasformando un edificio vicino all’Arsenale in una spiaggia dove si esibiranno venti cantanti su argomenti quali la vita quotidiana e la crisi planetaria: è l’offerta del Padiglione Lituania. La presenza femminile diventa femminista con una veterana dell’attivismo, Renate Bertlmann, prima donna a esibirsi nel Padiglione Austria. Nel 1979, la sua performance «Donna incinta con borsa da collezione» venne censurata dal Centre Pompidou, giacché la donna in questione chiedeva ai partecipanti un dono che lei ricambiava con un simpatico dildo. A Venezia propone una mostra dal titolo «Discordo Ergo Sum» composta da due grandi installazioni all’esterno e, all’interno, da una retrospettiva documentaria sul suo lavoro dagli anni Settanta.

Sculture, installazioni, oggetti assemblati, dipinti e stampe invadono il padiglione della Gran Bretagna: sono le opere di Cathy Wilkes, un’artista che rinnova la tradizione figurativa del suo Paese. Donne importanti nel Padiglione Portogallo, dove Leonor Antunes omaggia Venezia attraverso una rivisitazione della mecenate Savina Masieri e dell’architetto e storica Egle Trincanato. Ma al centro troneggia Carlo Scarpa. Un altro duetto al femminile, composto da Pauline Boudry e Renate Lorenz, offre nel Padiglione Svizzera una videoinstallazione dedicata alla chiusura verso il «diverso». Lo fa attraverso cinque performer che, muovendosi a ritroso, invitano il pubblico a inoltrarsi in un ambiente che evoca un locale notturno. Il passato, si diceva, è un altro soggetto utilizzato in vari padiglioni. In quello iracheno, Servan Baran, artista e soldato curdo, esplora la nozione di patria.

La Russia, ai Giardini, si è affidata al «commissariamento» dell’Ermitage di San Pietroburgo. La mostra, curata dal regista Mikhail Piotroskij, è dedicata a uno dei capolavori del Museo, «Il ritorno del figliol prodigo» di Rembrandt; tra i collaboratori, il grande Alexander Sokurov, geniale «abitatore» di musei (ricordate «L’arca russa»?). Un monumento che produce spesso arte monumentale pubblica, Martin Puryear (classe 1941), è ospite del padiglione statunitense: è il secondo artista di colore «ammesso» in questo spazio, ed è tornato molto di moda da quando temi come la manualità, l’attenzione per i materiali e il rapporto tra arte e design sono tornati al centro dell’attenzione.

Un eroe dell’avanguardia ceca, Stanislav Kolíbal (classe 1925), è invece celebrato nel padiglione ceco e slovacco. In attesa di visitare il padiglione italiano (di cui ha parlato il curatore Milovan Farronato nello scorso numero di «Vernissage»), in cui non mancano artisti (Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai) capaci di mixare presente, passato e visionarietà, quest’ultima ci è quanto meno promessa da almeno tre padiglioni. Il Madagascar, all’Arsenale, ha scelto Joël Andrianomearisoa autore del progetto «Ho dimenticato la notte», un’architettura di carta in forma di installazione immersiva fatta di arazzi neri che si ispira a una frase di Voltaire: «E abbiamo notti più belle delle tue giornate».

Il padiglione ucraino proietterà, letteralmente, un’ombra sulla Biennale. I suoi curatori, il collettivo Open Group, avranno a disposizione un grande aereo, con il quale sorvoleranno Venezia insieme a tutti gli artisti ucraini. Per l’Islanda, Hrafnhildur Arnardóttir/Shoplifter (che ha lavorato anche alla maschera che la cantante Björk indossa sulla copertina dell’album «Medúlla») usa capelli fluorescenti per costruire sculture e installazioni. C’è spazio, qui e là, anche per la visionarietà. Il passato prossimo nostrano pervade invece, con esiti decisamente sopra le righe, il padiglione belga, intitolato «Mondo cane»: trash italiano in salsa kitsch con una rivisitazione di Jos de Gruyter e Harald Thys del «mondo movie», genere fintamente di denuncia, in realtà solo scandalistico, prodotto in Italia negli anni Sessanta. In un padiglione visionario e truculento come solo i fiamminghi (da Bosch a Ensor) possono garantire, uno sberleffo al cinismo estetizzante dell’arte contemporanea engagé.

Franco Fanelli (hanno collaborato Louisa Buck, Alison Cole, José Da Silva, Gareth Harris, Ben Luke, Hannah McGivern, Julia Michalska, Jane Morris, Milena Orlova, Philippe Régnier)

Autori Vari, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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