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SPECIALE BIENNALE | 79 artisti tra Padiglione Centrale e Corderie

La presenza massiccia dell’Asia, una maggioranza di artiste e un ritorno al piacere visivo

«Cosmorama» (2018) di Dominique Gonzalez-Foerster & Joi Bittle. Cortesia dell’artista, Corvi-Mora, Londra; 303 Gallery, New York; Esther Schipper, Berlino. © Nicholas Knight

Già il titolo «May You Live In Interesting Times», scelto concordemente dal presidente Paolo Baratta e dal direttore Ralph Rugoff, volutamente sospeso tra ottimismo e pessimismo, suggerisce la volontà di coinvolgere i visitatori, veri protagonisti di questa edizione. Un’edizione aperta, non a caso si cita Harald Szeemann, capace di cogliere la complessità dei problemi in tempi di eccessiva semplificazione. Questo per Baratta. Per Rugoff è necessario trovare almeno frammenti di senso nel grande rumore del mondo contemporaneo, afflitto dai social media.

Dall’11 maggio al 24 novembre si svolge la 58ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Solo 79 gli artisti selezionati; in maggioranza under 40, fatta eccezione per qualche presenza storica come quella di Rosemarie Trockel. Per la prima volta nella storia di questa istituzione prevalgono le donne: 42 versus 37.

Nel complesso, un sapiente mix tra nomi non scontati e altri ampiamente esposti, come Carol Bove, George Condo, Stan Douglas, Lee Bul, Liu Wei, il già Leone d’Oro Christian Marclay, Tomás Saraceno, Julie Mehretu e Danh Vo. È un numero contingentato, ma in compenso gli artisti sono invitati a presentare più opere da installare in ambienti diversi come il Padiglione Centrale ai Giardini, che ha la caratteristica di un tradizionale museo, e gli spazi dell’Arsenale, così connotati dal punto di vista storico.

Internazionale poi la Biennale lo è per definizione: l’Europa, specie quella anglosassone e Berlino, e gli Stati Uniti ancora come asso portante, ma con aperture verso l’Oriente, con l’Indonesia, l’India e, naturalmente, la Cina. Due le partecipazioni italiane: Lara Favaretto performer e videoartista, una presenza ormai costante e l’esordiente Ludovica Carbotta, classe 1982, che vive a Barcellona e indaga i rapporti di inclusione ed esclusione di questa città.

Naturalmente dal punto di vista delle tecniche prevale la contaminazione tra i generi: esemplare in proposito l’opera del tailandese Korakrit Arunanondchai, che preannuncia un futuro sconfinante nella fantascienza. Quali saranno gli artisti da non perdere d’occhio? Ralph Rugoff ha promesso che la sua mostra abbraccerà «sia il piacere sia il pensiero critico» e aprirà più prospettive al mondo.

Un’artista che incarna senz’altro quell’obiettivo è Njideka Akunyili Crosby, una pittrice di origine nigeriana. Le sue opere, accostate come collage, si trasformano in schermi cinematografici di indiscutibile bellezza. Visti i tempi che attraversiamo, però, l’artista giordano Lawrence Abu Hamdan offre qualcosa di radicalmente diverso. «Nel 2000 c’erano 15 muri di confine fortificati tra nazioni sovrane, spiega, ora altri 63 muri o simili dividono le nazioni». «Walled Unwalled», l’opera che presenta nella mostra centrale, è una testimonianza di quanto accade in quei luoghi.

Lo statunitense Darren Bader, invece, ha realizzato un’opera utilizzando la realtà aumentata, presumibilmente una guida alternativa a Venezia. L’ha illustrata un po’ cripticamente: «Metti insieme un Gps temperamentale, qualche texturing esperto e un account sviluppatore di AppStore nuovo di zecca. Aggiungi al mix un paio di artisti che probabilmente non hai mai sentito nominare, una dose di merda di piccione, un tizio con il giusto tipo di capelli e la speranza di avere successo».

Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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