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Spagna record (di artisti incarcerati)

Il rapporto Freemuse difende la libertà d’espressione artistica in 553 casi di violazione

La performance «Spain is pain» portata in giro per la Spagna dagli artisti di Tarragona Jil Love (nella foto) e Alvar Calvet

Barcellona (Spagna). L’organizzazione internazionale Freemuse, con sede in Danimarca, avvisa dell’escalation globale di un nuovo proibizionismo e della persecuzione delle opinioni in tutti i Paesi del mondo, «anche nelle democrazie occidentali». Freemuse, che difende la libertà d’espressione artistica, assicura che la Spagna è uno dei Paesi in cui la repressione degli artisti si è intensificata. Secondo il suo rapporto annuale «con 13 artisti incarcerati la Spagna è in testa alla classifica del 2017, davanti a Cina, Iran, Egitto e Turchia, ed è il terzo Paese con più artisti indagati, dietro soltanto a Egitto ed Etiopia».

In «The State of Artistic Freedom 2018», Freemuse esamina 553 casi di violazione della libertà artistica denunciati nel 2017 e mette in guardia sul pericolo della censura e della repressione delle voci critiche. Lo studio dimostra che nel 2017, 48 artisti sono stati condannati a un totale di oltre 188 anni di carcere, per aver espresso opinioni personali attraverso le loro opere.

Sulla situazione spagnola, Freemuse ricorda il caso dello scrittore curdo perseguitato dal regime del presidente Erdogan, rifugiato in Svezia e arrestato a Barcellona durante le vacanze, nell’estate 2017. La lettera aperta di Hamza Yalçin denuncia che il comportamento della polizia spagnola non ha niente da invidiare alle peggiori vessazioni e torture degli stati totalitari. Tra gli artisti indagati per aver manifestato il loro appoggio all’indipendenza della Catalogna, Freemuse cita Pep Gimeno, Cesk Freixas, La Insurgencia, l’attore Willy Toledo e il rapper Valtonyc, condannato a tre anni di carcere per le parole di una canzone e adesso esiliato in Belgio.

«Le crescenti persecuzioni e minacce contro gli artisti rappresentano una flagrante violazione dei trattati internazionali di cui la Spagna fa parte e generano un ambiente di paura e arbitrarietà», conclude il rapporto.
Gli anni libertari della movida sono ormai un ricordo e la giovane e debole democrazia spagnola moltiplica gli atti autoritari. Nel 2015 la presenza in una mostra del Macba (Museu d’Art Contemporani de Barcelona) di una scultura di Ines Doujak, con il re Juan Carlos sodomizzato da una leader indigena, costò il posto al direttore e ai due curatori del museo.

Nel 2018 l’umorista Miquel Ferreres fu licenziato dal quotidiano «El Periodico» per essersi rifiutato di modificare una vignetta e la fiera d’arte contemporanea ARCOmadrid obbligò la gallerista Helga de Alvear a rimuovere l’opera di Santiago Sierra «Prigionieri politici nella Spagna contemporanea». Nella città catalana Tortosa, il mese scorso, il Governo ha imposto la chiusura della mostra itinerante «55 urne per la libertà» con il pretesto che avrebbe potuto condizionare le elezioni.

La risposta del mondo dell’arte non si è fatta attendere. Le opere di Serra e Doujak ora fanno parte della collezione di «arte censurata» riunita dall’imprenditore indipendentista Tatxo Benet. Il Museo Picasso ha organizzato una lettura lunga 12 ore del poema Liberté di Paul Éluard, a cui hanno partecipato i familiari dei prigionieri politici spagnoli. Ferran Garcia Sevilla ha attaccato adesivi con la scritta «Libertà» sulle sue opere esposte nella collezione permanente del Macba e gli artisti di Tarragona Jil Love e Alvar Calvet portano in giro la performance «Spain is pain».

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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