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Sono gotico perché «grazie a Dio, non sono romano»

La riscoperta del neogotico piemontese

Le serre del Castello reale di Racconigi, in provincia di Cuneo

Lo stile neogotico, nato in Inghilterra a metà del Settecento, si contrapponeva alle manie neoclassiche e alle aberrazioni della società industriale vagheggiando un’innocenza perduta. Oltre un secolo dopo, in un angolo della nascente Italia unita, una straordinaria fioritura neogotica vede protagonista un architetto cuneese, Giovanni Battista Schellino. Un convegno internazionale, tre mostre fotografiche e un libro di Lorenzo Mamino e Daniele Regis, introdotto dal popolare storico dell’arte e documentarista inglese Andrew Graham-Dixon, fanno luce su un patrimonio di arte e storia ancora troppo poco noto perfino in Piemonte

Lo stile gotico fu per la prima volta recuperato in Inghilterra nel XVIII secolo. Per i membri dell’aristocrazia Whig come il primo visconte di Cobham, che eresse un tempio gotico nei suoi giardini di Stowe già nel 1741, il Gotico rappresentava la libertà e l’antica autonomia inglesi: la Magna Charta, i diritti del popolo e la resistenza contro il potere assoluto di qualsiasi monarchia, in tempi recenti la fallimentare monarchia degli Stuart. Un tempo, nelle nicchie del tempio gotico di Stowe c’erano antiche divinità sassoni; c’è ancora un’iscrizione sulla sua porta che recita «Ringrazio Dio di non essere romano». Nella costellazione di stili architettonici allora proposti, il Gotico si opponeva al Neoclassico: un'invenzione di irrefrenabile permanenza medievale, con le sue guglie e torrette irregolari, contrapposta alla tirannia di colonne e templi dell’imperialismo romano.

In effetti, a quel tempo, i significati dello stile architettonico erano estremamente malleabili. A differenza del suo tempio gotico da giardino, la dimora di Lord Cobham a Stowe era in stile neoclassico, simbolo della convinzione degli aristocratici inglesi di essere i legittimi eredi della potenza e dello splendore degli antichi romani. Sebbene fossero attenti nell’identificare i loro valori con quelli della Roma repubblicana anziché con quelli della Roma imperiale, ciò non avrebbe loro impedito di formare un impero più vasto di ogni altro conosciuto nel mondo antico. In altre parole, quando la pensavano in questo modo, erano perfettamente capaci di ringraziare Dio del fatto di essere, dopo tutto, davvero molto romani. E che cosa restava delle antiche libertà e dell’indipendenza inglese apparentemente racchiuse nel tempio gotico? Esse erano godute almeno in parte dalla maggioranza della popolazione. Bisogna però anche ricordare che otto interi villaggi vennero smantellati, e i loro abitanti trasferiti, per fare spazio ai giardini, ai templi e ai capricci di Stowe.

Nessuno stile si è dimostrato tanto malleabile quanto quello da noi conosciuto come Gotico. Forse la sua grande adattabilità è stata la ragione della sua longevità. Essendo stato recuperato per esprimere gli ideali di libertà dell’aristocrazia Whig (sebbene di dubbia autenticità), passò attraverso molte rapide metamorfosi nel corso del tardo XVIII e del primo XIX secolo. Nelle mani di Horace Walpole e successivamente di William Beckford, divenne lo stile architettonico per eccellenza dell’eccentricità consapevole e persino dell’assoluta perversione. Per Walpole e Beckford, costruire una casa in stile gotico era un modo per affermare la loro non condivisione dei valori dei loro contemporanei e di essere, nella propria coscienza di sé, degli outsider. Walpole scandalizzò i suoi contemporanei molto meno di Beckford, per la semplice ragione che Walpole era soltanto conosciuto come un eccentrico, mentre Beckford era un depravato. Entrambi scrissero romanzi «gotici», che possono essere comparati alle case create dai loro rispettivi autori. Il Castello di Otranto di Walpole è una sorta di fantasy, originato dal sogno di una gigantesca armatura, senza dubbio suscettibile di un po’ di analisi freudiana; Vathek di Beckford è un folle tuffo nella decadenza, un romanzo che discende rapidamente in una polimorfa perversità sessuale e termina con un bagno di sangue universale, quasi una profezia della Rivoluzione Francese.

La casa di Walpole, a Strawberry Hill, rimane tanto inoffensiva quanto il romanzo di Walpole: una struttura piuttosto simile a una torta, vista da fuori, che rivela all’interno un’irregolare sequenza di stanze nelle quali il proprietario conservava la sua estesa e idiosincratica collezione di stranezze, che spaziavano da armature e conchiglie a ogni sorta di curiosità che fosse, o meno, medievale. La casa di Beckford, a Fonthill Abbey, non esiste più, se non come rovina, ma in origine doveva essere tanto provocatoriamente offensiva quanto il romanzo (e lo stile di vita), che resero il suo creatore un paria. La sua caratteristica più evidente era una vasta torre gotica, un’immensa erezione fallica visibile da svariate miglia di distanza, che collassò sotto il suo stesso peso pochi anni dopo essere stata costruita.
Il Gotico ha mostrato molte peculiarità, non ultima la capacità di trascendere i confini della sua origine architettonica e trasformarsi in letteratura.

Il romanzo «gotico» sembra spesso un grido di dolore o di sdegno, un urlo gridato contro un’epoca sempre più razionalista, materialista e scientista: si pensi a Frankenstein di Mary Shelley, per esempio, che sembra ancor più un avvertimento nel XXI secolo, epoca in cui l’ingegneria genetica è diventata realtà. Un simile impulso di allarme e protesta si ritrova spesso dietro al desiderio di riportare alla luce l’architettura gotica. Contrasts di Augustus Pugin, al tempo stesso un manifesto architettonico, un fantasy e un pamphlet antiutilitarista, è un documento appassionato in modo quasi intollerabile: un’invettiva contro il modo in cui le strutture di una società nuova, imbrigliate dalla Rivoluzione industriale, abbiano perso di vista la scala umana e l’umana compartecipazione del passato. Se potessimo ricostruire le nostre città sul modello «gotico», credeva Pugin, potremmo trasformare la società: eliminare la povertà, il sovraffollamento, lo sfruttamento e tutti gli altri mali del mondo moderno.

Dato che Pugin era «solo» un architetto e non un economista o un pensatore apertamente politico, tendiamo a dimenticare che i problemi che prendeva in esame erano proprio gli stessi analizzati da Karl Marx nel Capitale (così come tendiamo a dimenticare che quei tardi sostenitori del Gotico che furono John Ruskin e William Morris, che possedeva una prima edizione del Capitale, erano anch’essi contemporanei di Marx). E, in effetti, lo stesso Marx sembra essere stato cosciente dei legami tra il proprio pensiero e la tradizione gotica. Molti dei passaggi più inquietanti del Capitale sembrano brutti sogni della narrativa gotica, resi ancor più insopportabili dal peso dei dati statistici (quanti bambini, che lavorano per quante ore al giorno, in quante fabbriche...). E che cosa potrebbe essere più gotico del paragone di Marx del Capitalismo a un grande «vampiro», che succhia il tempo dalle vite di uomini e donne per trasformare il loro sangue in denaro?

Lo stile gotico può essere intensamente nostalgico e anche, allo stesso tempo, rivoluzionario; può essere conservatore e allo stesso tempo sovversivo. Le sue manifestazioni sono sempre affascinanti, perciò ogni tentativo di fare apprezzare più diffusamente le sue espressioni meno note è sempre il benvenuto. Il ricco patrimonio di architettura neogotica nell’Italia settentrionale, particolarmente in provincia di Cuneo, è rimasto a lungo misconosciuto e sottovalutato. Il Castello del Roccolo; il complesso di opere alla Margaria, nel parco del Castello sabaudo di Racconigi; le straordinarie strutture della tenuta reale di Pollenzo, ognuno a suo modo rivelano la fioritura dello stile neogotico nel XIX secolo che ebbe luogo in questo angolo d’Italia sotto l’influenza di Casa Savoia.

Non si tratta certo di un Gotico di rivolta e rivoluzione; è certamente un’affermazione, piuttosto, da parte dei sovrani sabaudi e della loro cerchia, dell’antichità delle loro pretese di potere. Perché mai avrebbero scelto lo stile gotico? La risposta forse risiede nella natura variegata dell’Italia stessa (e qui dovremmo ricordare che l’«Italia», naturalmente, muoveva i suoi primi passi all’epoca di queste realizzazioni) e nelle origini nordiche di Casa Savoia. Rappresentano una base di potere che avrebbe spinto l’Italia verso Nord, verso le Alpi, invece che verso Sud, a Roma. Quindi, a modo suo, anche questo è un Gotico che dichiara «grazie a Dio non sono Romano». Nella loro monumentalità e nella loro collocazione all’interno del paesaggio queste grandiose strutture e, tra tutte, quelle di Pollenzo, sembrano quasi proclamare come l’età del feudalesimo fosse improvvisamente ritornata. Quanto fiduciosi devono essere stati del loro posto nella storia, per costruire castelli come questi in un’epoca di tali grandi cambiamenti! E quanto straordinario, oltretutto, che questi edifici siano sopravvissuti al fallimento delle aspirazioni dei loro creatori e abbiano superato così bene la prova del tempo. Le graziose serre e i ricami degli interni di Racconigi devono essere considerati tra le più eccezionali sopravvivenze dell’intero Neogotico internazionale.

Molto diverse, ancora, sono le molte espressioni regionali di questo inatteso Neogotico dell’Italia settentrionale e cosa più straordinaria, tra loro, sono le creazioni di Giovanni Battista Schellino. Il suo capolavoro è sicuramente la foresta di guglie che domina l’ingresso al cimitero di Dogliani: un capolavoro di soverchiante malinconia e morbidezza, bisogna dire. Quale fu il modello per questo portico di aculei, questo monumento fatto, com’era, di gotiche lische di pesce? Fu sicuramente (come fa notare Daniele Regis nel volume CuNeo-gothic, Topics and itineraries in the Province of Cuneo) il frontespizio di Contrasts di Pugin, nel quale l’architetto inglese immaginava il suo più folle sogno di un mondo ripreso di colpo dal Gotico, un mondo nel quale non ci sarebbe stato altro che guglie e archi ogivali e chiese e cattedrali, fin dove l’occhio poteva guardare, un mondo nel quale l’uomo sarebbe nuovamente tornato un tutt’uno e una cosa sola con Dio. L’ingresso del cimitero di Schellino è un omaggio a Pugin e, forse, un caustico commento al destino riservato al sogno di Pugin. Sì, sembra dire Schellino, sì, possiamo sognare tutto ciò. Ma è solo un sogno. Il tempo non può invertire la marcia. Il Gotico può ancora incantare, le sue forme possono ancora brillare alle ultime luci del tramonto, ma il suo posto è nel regno dei morti.

Andrew Graham-Dixon, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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