Solo ciò che avviene muta la storia

Il conflitto tra Russia e Ucraina mette in luce un relativismo che parte da Giovanni Battista Vico

Uno stadio a Chernihiv, in Ucraina, bombardato dalle forze russe. Foto: Oleksandr Ratushniak / Undp Ukraine
Fabrizio Lemme |

Il trattato con le potenze alleate firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 tra lo Stato italiano e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale mise formalmente fine alle ostilità. I suoi contenuti erano stati definiti a seguito dei lavori della conferenza di pace, svoltasi parimenti a Parigi, tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946. Siamo attualmente nel 2022: dunque, sono trascorsi ininterrotti ben 75 anni di pace, a quanto ci è dato constatare, il più lungo periodo nel quale l’«Ara Pacis» sia potuta restare chiusa. C’è da chiedersi allora quale atteggiamento tenere di fronte al recente conflitto ucraino-russo, che ha reinstaurato le ostilità tra due potenze europee (Russia e Ucraina).

La prima domanda che ci si pone è se esso costituisca effettivamente un conflitto: l’evento si è prodotto nei fatti prima ancora che in atti ufficiali. Di qui la legittimità della domanda. Ma questo non facilita la risposta. I contendenti si addebitano reciprocamente l’inizio delle ostilità e non è facile verificare chi abbia ragione, anzi, addirittura, se vi sia qualcuno che possa avere ragione. Analizziamo allora gli eventi: nella regione del Donbass, appartenente all’Ucraina, sono sorte due repubbliche indipendenti, riconosciute dalla Russia ma non dagli altri Stati della Comunità internazionale.

L’evento è abbastanza normale nel diritto internazionale, ove le nuove entità si propongono e si affermano in base a meri procedimenti di fatto: solo il succedersi e il consolidarsi degli avvenimenti consente, «a posteriori», di verificare se e come la storia umana vada cambiata. Ossia, di verificare la coincidenza del vero e del certo, secondo la formula del pensiero vichiano del «verum ipsum factum», che costituisce la base della filosofia storicistica moderna. Ma è ancora troppo presto per prendere posizione di fronte alla secessione del Donbass.

Allo stato, pertanto, sono consentite solo ipotesi e noi procederemo appunto in via ipotetica. Supponiamo che la secessione si consolidi e divenga certezza: la comunità non potrà che prenderne atto e la storia, in tal caso, avrà dato ragione alla Russia. Ma supponiamo che avvenga il contrario: in tal caso, i fatti avranno dato torto al colosso nato dall’Unione Sovietica e avrà avuto ragione l’Ucraina con Volodymyr Zelensky. In sintesi, non esiste nella storia dei popoli un vero e un giusto a priori: solo ciò che si realizza muta la storia e quindi va accolto come tale. Bisogna, come chi scrive, avere superato gli ottant’anni per poter esprimere questa forma di pensiero e accettarla nel suo relativismo.

In altri termini, partire da Giovanni Battista Vico e da quella conversione del vero nel certo che costituisce la base della formazione di chi, nato negli anni ’30, cresciuto alla metà degli anni ’50, abbia considerato come maestri insuperati di pensiero Benedetto Croce e Giovanni Gentile, scegliendo l’ultimo come l’ideale conclusione del pensiero moderno. A chi allora va riconosciuto questo primato? Nei testi di filosofia, la scelta, come ogni scelta di pensiero, è mutevole. Chi scrive opta per Giovanni Gentile e vede in lui la conclusione di quel percorso di pensiero che ha origini remote (la fine del Medioevo) e conclusioni più recenti (la fine dell’epoca dei Lumi).

Peraltro, la mia vocazione mi consente di accettare anche la mera inversione e di vederla in Benedetto Croce (il problema diventa in tal caso meramente nominologico). L’importante è che una scelta vi sia stata, sofferta e partecipata. Questo e questo soltanto impone la dottrina dell’impegno.

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